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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Porato (“Santìn”)

porato01“Adi 2 Zugno 1622 (muore) Minigo Porrato da Sovernigo di anni 60 in circa”. È la prima testimonianza trovata sulla longeva presenza dei Porato a Paese (Treviso). Minigo, vale a dire Domenico era dunque del 1562, periodo in cui in Europa occidentale nasceva l’assolutismo, sistema politico basato sul rafforzamento del potere monarchico, ma in Italia la grande feudalità resisteva tenacemente, unica eccezione la Repubblica di Venezia. “Adi 12 Marzo 1622 (muore) Domenica figliuola di Mattio Poratto da Sovernigo (sobborgo di Paese - Treviso) di età di giorni 8”. “Adi 10 Aprile 1624 (muore) Lucia moglie di Mattio Porato d’anni 27”. Mattio era probabilmente figlio di Minigo. Purtroppo un buco di un trentennio nella seicentesca documentazione dell’archivio parrocchiale di Paese, non permette la certezza della ricostruzione genealogica. Porato, o Poratto, è tuttora un cognome assai raro in Italia, che sembra trovare la sua origine proprio a Paese dove sono registrati in modo diverso, con una o due t, ma anche come “Porrato” e “Porratto”, si tratta ovviamente di errori di trascrizione che risalgono ad epoche di diffuso analfabetismo. Convenzionalmente ora i “Santin” si servono di due t, una soltanto i “Forneri”, così sono soprannominati i due rami di questo casato. Questa famiglia trova la sua origine nell’antico borgo di Sovernigo. C’erano i nuclei di Mattio (1708) e Catarina, di Sebastiano (1712-79) e Maddalena Mattiello, di Paulo (1729) e Lorenza, tutti figli di Domenico (1689-1759) e di Paola sua consorte. C’era poi la discendenza di Nadal e Agnesina Bianchin da Merlengo di Pozano Veneto, che si erano uniti il 13 Giugno 1655 e la cui continuità si perde nel XVIII secolo. Santin, l’attuale soprannome di un ramo dei Porato, appare per la prima volta in occasione della nascita di Sebastiano, era infatti il nome di suo nonno: “Adi 22 Luglio 1712. Sebastiano figlio di Domenico Porato fu Santin, et di Paola sua legittima consorte nato heri sera à hore 20 in circa fu battezzato dà me Cappellano don Paolo Dall’Aste. Padrino fù Anzolo Matarucho tutti da Villa di Villa”. Appare evidente quindi che dal ceppo storico di Sovernigo, con l’avanzare delle nuove generazioni i Porato iniziarono a sparpagliarsi nelle altre borgate. Era una famiglia che sapeva cavarsela discretamente nonostante gli alti e bassi dovuti alle ristrettezze del tempo. Malattie e fame erano comunque all’ordine del giorno, molti perivano d’inedia. Diffuso era lo scorbuto, causato dalla mancata nutrizione , in particolare da carenza di vitamina C che portava all’anemia, a gravi dolori articolari, talvolta alla pazzia e alla morte. La persona colpita diventava irrequieta e scontrosa, scorbutica appunto. Non ne fu immune questa famiglia, come si rileva dall’atto che segue redatto dal parroco pro-tempore: “27 Settembre 1766. Lorenza moglie di Paulo Porato di questa mia Parrocchia in età d’anni 36 ca. dopo aver presa per lo spazio di mesi tre una vera febbre causata da scorbuto, finalmente jeri mattina fu ritrovata improvvisamente morta, fù data notizia al Magistrato alla Sanità e fu licenziato il suo cadavere e stamattina fù sepolto in questo Cimiterio alla presenza di me D. Giuseppe Bozza Rettore di questa Chiesa”. Pure Sebastiano morì di scorbuto il 5 Aprile 1779. Ad altri compaesani successe anche di peggio, eccone due testimonianze: “Nadal F. di questa Cura fu ritrovato nella scorsa notte appeso ad un laccio e morto fuori della porta della sua casa sotto la gronda; fù di ciò dato avviso dal mediga e deputati alla sanità all’Officio del Maleficio della città di Treviso, e fatta dal suddetto Off.o la dovuta perquisizione fu licenziato il cadavere, e stassera senza suono di campane, e senza accompagnamento alcuno fu sotterrato in un cantone di questo Cimiterio conforme al solito. La sua età d’anni 56 ca., fù da molto tempo infermicio di scorbuto, diede anche qualche segno di pazzia. La sua morte seguì alla metà della scorsa notte, in fede. Costanzo Bozza P.co delegato”. Già in precedenza un simile episodio aveva sconvolto la comunità di Paese: “17 Giugno 1771. Oliva moglie di Pietro C. di questa Parrocchia fu ritrovata stamattina appesa ad un laccio, e morta nella stalla della sua casa; fu di ciò data notizia dal Mediga, ed uomo del Commun all’officio del Maleficio della Città di Treviso, e fu dallo stesso officio fatta la dovuta perquisizione, indi licenziato il Cadavere e stassera senza suono di Campane, e senza compagnamento alcuno fu sotterrato in un cantone del Cimiterio, in fede Costanzo Bozza P.co delegato”. Il suicidio, dal punto di vista religioso, era considerato atto gravissimo e senza attenuanti. Il corpo veniva sepolto in un angolo sconsacrato del cimitero, senza cerimonie, senza suono di campane e senza fedeli che l’accompagnassero con la loro pietà. Poco importava se il fatto era la conseguenza di un’incurabile malattia, aggiungiamoci poi una buona dose di pregiudizi e superstizioni che mettevano disperazione in casa del defunto; la famiglia si sentiva irreparabilmente infangata. In quel periodo un nuovo improvviso lutto colpì la famiglia Porato e le possibilità di curarsi erano praticamente nulle per mancanza di medicine e soprattutto di mezzi: “20 7bre 1778. Nadal figlio di Santo Porato in età d’anni 36 ca. dopo giorni quindici di febbre acuta con vomito e diarea causata da febbre e stenti soferti per essere andato a far erba a Gajo, jersera rese lo spirito al Signore, […] stassera fu sepolto in questo Cimiterio alla presenza di me Costanzo Bozza Parroco; non fu assistito da Medici, e non si servì d’alcuna medicina”. Come evidenziato nella ricostruzione genealogica gli attuali Porato di Paese sono riconducibili tutti ad un’unica discendenza. Da Sebastiano, figlio di Domenico, nacque Leonardo (1737) che si coniugò a Catarina Mattiazzi, dai quali fu generato Angelo (1772), marito di Faustina De Lazzari, di tre anni più anziana essendo del 1769. Furono questi genitori di Antonio (1804), capostipite di una nuova era dei Poratoporato02 che porta ai nostri giorni. Antonio, sposatosi il 5 Maggio 1825 con Costantina De Marchi (1807-27), divenne padre di Angelo (1827), capostipite dell’attuale ramo “Santin”, prima di perdere la sua compagna per Male storico o Idrope. Due anni più tardi sposò in seconde nozze Maria Contò (1805) dalla quale nacque Geremia (1831), capostipite dell’atttuale ramo dei Porato pannettieri. Un ricca pagina di storia popolare si può interpretare attraverso questa famiglia. L’anno antecedente la nascita di Sebastiano Porato, un altro Sebastiano, di famiglia nobile, era morto improvvisamente a Paese: “Adi 25 Novembre 1711. Il Sig. Sebastiano Colalto figlio del Sig. Venturin Colalto Cittadino di Treviso morì in età d’Anni 92 di mal di Febre munito di tutti li SS.mi Sacramenti mentre era fuori con la sua famiglia in Villa di Villa soggetta a questa Parochial di S. Martin di Paese, et fù sepolto in questa Chiesa suddetta in sepoltura di sua Casa (tomba di famiglia) dà me’ D. Paolo Dall’Aste Cappellano”. L’anno di nascita di Angelo Porato (1767), figlio di Bortolo (1722) e di Lucia Borsato, succedeva una disgrazia in una famiglia di Paese, così descritta dal parroco di allora: “Pietro figlio di Antonio Zanata di questa mia cura nello sbarro che fece d’una pistola che si sguarciò in due pezzi, restò gravemente offeso e lacerato una mano, onde sofrì per lo spazio di giorni quindici dolori atrocissimi, finalmente sopragiunte le convulsioni rese nel decimosettimo giorno che terminò nell’antecedente notte lo spirito al Signore in età d’anni 35 ca.; […] fu assistito dal Sig. Dr. Nicola Giuliani e stassera fù sepolto in questo Cimiterio ala presenza di me D. Giuseppe Bozza Rettore di questa Chiesa.” Come si può costatare, nonostante l’assistenza del medico (chi poteva permetterselo!), bastava poco per lasciarci la pelle. L’empirica medicina poco poteva contro l’infezione cui probabilmente incappò il malcapitato. Certo non si può giudicare quei tempi con il sapere di adesso.

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