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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Rossetto ("Buséto")

rossetto“Giustàr 'na bóte, ‘na tina, un caréto”, era il modesto lavoro di “Pin Buséto”, che alternava a quello dei campi, operando all’aperto o nella stalla secondo la stagione. Valentino Rossetto (1878), questo il suo vero nome, era uno dei quattro figli di Giovanni Battista (1840) e di Matilde Bandiera. I suoi fratelli erano Rosa Santa Maria (1869), Rinaldo Giovanni (1876) e Giovanna Rosa (1884). Il periodo della venuta al mondo di questa generazione dei Rossetto, fu caratterizzato da una catastrofica crisi agraria. Questa situazione, soprattutto nel Veneto, tenne alti i costi degli affitti penalizzando i ricavi con i quali, tolte le obbligazioni nei confronti dei padroni, ai contadini a stento rimaneva il necessario per sopravvivere… Giovanni Battista “Buséto” era l’ultimo dei figli di Francesco (1802) e di Giovanna Valente. Suo padre si era sposato una prima volta con Domenica De Lazzari (1804-28), che gli aveva dato Maria (1828), morta di spasimo dopo soli dieci giorni di vita. Pochi mesi dopo morì improvvisamente anche la moglie. Francesco, che proveniva da Castagnole, si risposò due anni dopo con Giovanna, rimasta vedova anch’ella contemporaneamente di Giacinto Tombaco da Tre Basiliche (attuale Trebaseleghe). Genitori di Francesco erano Batta e Angela Marson; il nonno si chiamava Liberale. Dove abitassero questi antenati non si è potuto accertare. Gli altri fratelli di Giovanni Battista erano, in ordine ascendente, Angela (1836), Valentino (1834) e Giovanni (1831). Fu quindi Francesco, a condurre i “Buséti” a Paese (Treviso – Italia), intorno al 1827 sposando la prima moglie, quindici anni prima della costruzione della vicina chiesetta di Sovernigo (1842), intitolata alla Madonna delle Grazie. La loro casa era un modesto edificio di sassi e calce, a due piani compreso il pianterreno. La cucina aveva il pavimento di terra battuta; oltre ad una stanza da letto a fianco della cucina, ce n’erano altre due al piano superiore con il granaio. A fianco dell’abitazione c’era la stalla dell’asino con il fienile. Lavoravano poca terra presa in affitto dall’Ospedale di Treviso, la cui resa, per mancanza di fertilizzanti chimici, era davvero scarsa. Nell’immediato primo dopoguerra, Valentino, che era già padre di quattro figli, emigrò in Australia per cercar di migliorare la condizione familiare. Faceva il bracciante nelle sterminate piantagioni di canna da zucchero, un lavoro estenuante, dall’alba al tramonto sotto il sole che non dava tregua. Ritornò quattro anni dopo a riprendere il mestiere di falegname e di contadino; con i risparmi della sua emigrazione acquistò a Sovernigo la casa con un po’ di terra del compaesano Antonio Vendramin (“Toni Scòlo”), a fianco della quale ricavò anche un piccolo laboratorio. Nel frattempo anche il fratello Rinaldo si era imbarcato per il Canada, dove tuttora risiede la sua discendenza. La sorella Giovanna si era invece accasata con Giovanni Domenico Franchetto da Santa Cristina, detto “Muraro”. Valentino-“Pin” (1878-1958) si sposò nel 1907 con Augusta Zanatta (1882-1962) da Castagnole. I due divennero genitori di sei congiunti, la prima generazione del XX rossettosecolo: Rita Maria (1908-92) era la primogenita, che si congiunse con il compaesano Abramo Miattello (“Ciaròti”); Giuseppe (1910-2000), sposò Maria Pavan; Amalia (1914-1990), divenne consorte di Abramo Miotto (“Miòti”) da Sovernigo; Attilio (1916-89) era il marito di Ida Barbisan (“Binéti”); Achille (1919-93) si unì in matrimonio con Emma Rossetto (“Canéo”) da Sovernigo, ma nonostante l’omonimia del cognome non era imparentata; l’ultimogenito Arturo (1922) è sposato con Lina Brunello da San Biagio di Callalta. Achille, nel 1952 si unì alle schiere di compaesani che cercavano miglior fortuna in terre lontane; emigrò quindi in Canada con in tasca un contratto da taglialegna. Poi cambiò mestiere facendo il meccanico e avviando una sua piccola azienda, commerciando pezzi di ricambio per macchinari industriali. Raggiunto dalla sua compaesana, promessa sposa Emma Rossetto, formò la sua famiglia in terra americana, dove tuttora risiedono in suoi consanguinei Paolo e Fausto. Pure lo zio Rinaldo, prima di radicarsi in Rovarè, aveva avuto un’esperienza da emigrante in Canada. Tuttora uno dei suoi quattro figli è sistemato stabilmente in quella nazione...

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