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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Severin (“Rossàto”)

severin01Quand’ero bambino, avevo per compagni di gioco due amichetti che abitavano poco lontano di casa. Ci divertivamo con i soldatini di plastica, costruendo i fortini delle Giubbe Rosse e riproducendo le Montagne Rocciose, dove i pellirosse tenevano i loro villaggi. Quei monti erano di carta di cellulosa, proveniente da sacchetti di calce e d’altra polvere colorata, stivati fra pennelli e barattoli di vernice che erano la materia prima del padre dei due amici che faceva il pittore. Quell’uomo eccezionale era Berto Rossato, marito di Maria e padre di Eliseo e Renato Severin, con i quali trascorsi parte della mia fanciullezza. Severin, una famiglia che viene da lontano, non perché derivi da chissà quale remoto continente, ma per la sua allungata sequenza genealogica. Al tempo del doge Alvise II Mocenigo (1700-1709) c’era il capostipite Zuanne (Giovanni) che probabilmente s’era staccato dai “Searìni” di Sovernigo. Ignoto ancora il motivo del soprannome “Rossato”, che potrebbe derivare dal colore dei capelli, attribuito per distinguerlo da nuclei omonimi. Di Severin, infatti, a Paese (Treviso) ce ne sono vari altri, conosciuti come Còte, Baldruca, Cesuìn, Còci. Più avanti nel tempo c’era Giacomo-Eugenio detto “Neno” (1833-1928) congiunto a Costanza Vendramin, e poi Antonio (1865-1950) chiamato “Tòi”, marito di Ida Vendramin (1875-1956) detta “Marieta”. La casa dei Rossati era una modesta abitazione rurale. Fu qui che Antonio e Ida fecero venire al mondo quattordici figli fra il 1896 e il 1915, ma solo nove scamparono all’impietosa mortalità infantile di quegli anni. Era una famiglia d’agricoltori, fittavoli della parrocchia di San Martino in Treviso. Lavoravano quattro campi di terra, avvalendosi di due mucche e un’asina. Da giovane, Tòi era partito volontario nell’arma dei Carabinieri Reali, mettendoci poi la firma fino ad acquisire il grado di vicebrigadiere. Era stato a Gallarate e Borgosesia, due stazioni molto lontane da casa. In quel periodo si era innamorato della sua Marieta che desiderava ardentemente sposare. Scelse quindi di lasciare la Benemerita pur di accasarsi, tornando a fare il contadino, un lavoro duro ma libero da vincoli e sottomissioni. Teneva la battuta sempre pronta, per questo era attorniato da tanti amici. La sua sposa non era da meno in giovialità e, i due, insieme, formavano davvero una coppia affiatata. La satira del genitore fu geneticamente trasmessa al più illustre figlio della famiglia: Umberto, in arte Berto Rossato (1914-1978), pittore, che possedeva anche tanti altri talenti, uno per tutti, la passione per il teatro. Era questo il penultimo figlio di Tòi e Marieta, sposato a Maria Zanatta (1992) dei “Perina Còea” da Castagnole, che gli diede tre eredi. Fin da piccolo Umberto aveva dimostrato talento artistico plasmando statuette di terra. Gli piaceva soprattutto disegnare. A quattordici anni, predisposto il progetto nel verso di una carta geografica in disuso, costruì una trebbiatrice in miniatura con pezzi di latta ricavati da barattoli di conserva, perfettamente funzionante. Era un’autentica meraviglia. In severin02seguito ne costruì altre, sempre più piccole e perfettamente operative, seguendo l’evoluzione di quelle industriali. Con questi “giocattoli” vinse vari premi. Pur esercitandosi costantemente in disegno, suo principale hobby, Umberto trovò lavoro come imbianchino presso una ditta specializzata in tinteggiature, stuccature, decorazioni e affrescature di chiese. Nel ragazzo per sua natura predisposto all’arte, l’occasione fu provvidenziale, un'opportunità che gli permise d’apprendere le prime tecniche applicative, tradotte nei ritagli di tempo libero in schizzi e dipinti divertendosi ad immortalare scene di vita quotidiana e paesaggi che regalava agli amici. Oltre alle primitive fondamentali esperienze lavorative, Berto ebbe così modo di venire a contatto con la massima arte medioevale, macinando centinaia di chilometri in bicicletta fino a portarsi in Centro Italia. Lo testimonia l'episodio che segue: uno spaccato di vita dal sapore felliniano, che per i giorni nostri avrebbe dell’incredibile se non fosse stato raccolto dalla viva voce degli stessi protagonisti. Primavera 1933. Tre giovani paesani, emuli di Alfredo Binda, che stava per vincere per la quinta volta il Giro d'Italia, inforcata la bicicletta, partirono da Paese per recarsi a sbarcare il lunario dalle loro zie, suore francescane Stimmatine, in Toscana. I tre, Berto Rossato, Giobatta Berti (1918-1994) e Attilio De Rossi (dei “Fermi”, 1914-1999), alle prime luci dell'alba erano già in strada, con pochi spiccioli in tasca e scarso cibo, pedalando di buona lena per tutta la giornata, giusto il tempo per arrivare a Ferrara prima di notte. In città sostarono ospiti del convento dove risiedeva Suor Giovacchina Berti, zia di Battista, che n’era superiora, per ripartire il mattino seguente. Attraversata Bologna e percorsa per un tratto la statale Porrettana, s'inerpicarono per una strada secondaria quanto impervia fra gli Appennini, respirando la polvere sollevata dalle rare e rumorose automobili che vi transitavano. La salita si rivelò di una fatica immane, vinta solo dalla loro grande abnegazione. Fu a due chilometri dal Passo della Futa che, complice una buca, avvenne il fattaccio, il telaio della bicicletta di Giobatta si spezzò in due tronconi: "Una ruota da una parte e una dall'altra", tenne a precisare lo stesso. Che fare? Imprecare non si poteva perché era tutta gente con timor di Dio. Berto non si perse d'animo e, addocchiato un vigneto, salì sul pendio. Guardandosi furtivamente intorno, divelse una palina di sostegno, strappando del filo di ferro dal filare, quindi, uniti alla bell'e meglio i due tronconi, ripresero il viaggio verso Prato, distante circa trenta chilometri. Qui fecero saldare la bicicletta con i pochi soldi che avevano in tasca e si separarono: Battista andò a Firenze, a lavorare nel podere del convento "Il Portico", dalla zia Suor Bianca, sorella di Giovacchina, mentre Berto ed Attilio si diressero verso Lucca, ad imbiancare la chiesa del convento dove risiedeva Sr. Isolina De Rossi, zia di Attilio, prima di ricongiungersi all’amico in Firenze. Per Berto Rossato, accompagnato da un maestro elementare, pure ospite del convento delle Stimmatine, fu anche un mese dedicato all'arte e alla scoperta della città di Giotto. "Pagava sempre lui – dichiarò in seguito agli altri due amici - perché di soldi proprio non ne avevo". Ripeterono lo stesso percorso una decina di volte, talvolta ripercorrendo tutta la Porrettana fino a Pistoia. Ad una di queste si aggregò anche Angelo, il fratello di Battista, che condusse fino a Figline Valdarno il padre, Giovanni, seduto sul ferro della bicicletta. Le fotografie, per quei tempi magri, non ci sono. Forse è meglio così, certi episodi sono più belli da immaginare. Nuovo impulso ricevette la passione per l’arte di Berto Rossato nell’immediato dopoguerra. Fu grazie al parroco mons. Attilio Andreatti che conobbe il professor Bargellini, incaricato di studiare le decorazioni interne dell’ampliata chiesa arcipretale. Berto ottenne così il permesso di frequentare l’Accademia delle Belle Arti di Venezia in qualità di “uditore”. Oltre alle lezioni d’anatomia artistica del Bargellini, assisteva a quelle del professor Beni, acquisendo la sua maturità di “Maestro d’Arte” a honorem: titolo che sanciva il riconoscimento della sua innata inclinazione artistica. Ma il pezzo di carta non cambiò la sua vita, rimase con i piedi ben piantati per terra anche se la sua arte fu sempre più richiesta ed apprezzata. Arrivarono commissioni da ogni dove, la sua fama travalicò ben presto i confini della provincia. Pitture ed affreschi si trovano nella chiesa di Covolo di Piave, nella Chiesa Votiva e in quella dei Carmelitani Scalzi di Treviso, poi in provincia di Brescia, a Salò, Gaino, Monte Maderno, Adro e Timolina. Negli intervalli lo chiamavano a decorare capitelli ed oratori, eretti nel dopoguerra com’ex-voto, uno di questi è ben conservato a Paderno di Ponzano Veneto. Nel 1961, a quarantasette anni, coronò il suo sogno di decorare la chiesa arcipretale di Paese, riprendendo il progetto del suo insegnante d’accademia. Morto mons. Andreatti, l’incarico gli fu conferito dal successore, mons. Mario Ceccato, il parroco che dotò la parrocchia di Paese di grandi opere: la facciata marmorea della chiesa, il cinema “Mascagni”, la Casa del Giovane “Don Bosco” e gli affreschi della chiesa appunto. Berto che sapeva di giocarsi in casa attivò tutto il suo bernoccolo in quest’opera mastodontica. Dipinse così la “Gloria di San Martino”, patrono della parrocchia, i medaglioni dei dodici apostoli, l’Annunciazione, il Battesimo di Gesù, la figura del Buon Pastore e la pala del Beato Giuliano Eymard. Altre commissioni per nuove chiese d’affrescare gli giunsero dal Trentino, dalla Lombardia, dalla Toscana, dal Veronese e soprattutto dalla Sicilia, in particolare da Catania, Ragusa, Lentini, Paternò e Belpasso. Fu forse questo il periodo più entusiasmante per Berto Rossato, che lo rammentava oltre che per le gratificazioni anche per la straordinaria ospitalità e stima della gente sicula. Berto Rossato ha goduto i frutti della sua fatica non della sua arte, come la maggioranza degli artisti più famosi. Viveva però di passione: per il suo lavoro; per la famiglia; per le cose belle; per l’amicizia; per il suo paese, che gli ha poi dedicato una strada e due mostre retrospettive. Al suo funerale c’era praticamente il paese intero. Questo figlio di Tòi e di Marieta, ricordato nel sesto volume di “Pittura e scultura dell’Italia contemporanea, edito da Alfa-Carpi, ha fatto grande la famiglia proprio per la sua semplicità. Attualmente la casa dei Severin-Rossato, dove giocavamo ai soldatini, ampliata per adeguarla alle nuove esigenze, lascia ancora intravedere parte dell’originario edificio. Vi dimorano i figli del pittore, Eliseo (1945) con la mamma Maria; Renato (1948) e la sua famiglia, mentre Pierina (1957) si è accasata a Dosson di Casier.

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