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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Visentin (“Zanìni”)

visentinzaniniSono sempre lì gli “Zanìni”, da epoca immemorabile, in quella che gli abitanti di Porcellengo di Paese (Treviso) conoscono ancora come località “Settesbare”, adiacente la piazza, all’inizio di Via Marzelline. Settesbare (o Sette Sbarre), una denominazione attribuita durante la Grande Guerra allorché i genieri dell’Esercito Italiano avevano dimenticato nel borgo delle matasse di filo spinato, abitualmente utilizzato per creare la linea invalicabile del vicino fronte bellico. Gli anziani, gli unici uomini che non erano partiti per la guerra, erano convinti di aver ereditato un capitale e si scervellavano sul migliore utilizzo. N’erano sorte delle animate discussioni. Qualcuno consigliava di conservarlo per qualche tempo, finché, certi che nessuno sarebbe venuto a reclamarlo, potesse essere venduto. Passarono così i giorni e con loro la guerra. Il ferro nel frattempo arrugginiva come le ossa di chi sta a lungo inoperoso. Tornarono anche coloro che non erano caduti al fronte e passarono altri mesi, ma a recuperare il metallo non si presentò nessuno. Fu allora che a qualcuno venne l’idea: “Perché non usarlo come recinto dell’orto o degli animali da cortile, al posto delle povere assi di legno?”. Fatto è che fu diviso equamente per ognuna delle sette famiglie del borgo. Proprio in quei giorni, il “Gobbetto”, recatosi al majo dei Miglioranza ("Majèri") per riparare una solchéta, aveva appreso che c’erano stati, di notte, dei furti di galline. Eh sì!, s’inneggiava alla vittoria, ma la guerra aveva provocato anche un’immensa povertà. La campagna era rimasta a lungo inutilizzata perché era diventata teatro bellico e per la mancanza di manodopera dopo che i giovani erano partiti. A peggiorare le cose si era messa anche la siccità. Di conseguenza c’era in giro tanta fame. Di fatto, Giovanni Visentin (“Zanìni”), così si chiamava il “Gobbetto”, rientrato in famiglia alquanto turbato, s’indaffarò per proteggere i suoi ruspanti da eventuali furti. Srotolò la sua parte di filo spinato e costruì un recinto intorno all’abitazione, permettendo agli animali da cortile la giusta libertà di beccare sull’aia. Rimaneva solo un’apertura all’ingresso, ma provvide anche a questa collocandovi una sbarra (un cancello) costruita con paline d’acacia. L’evento, com’era naturale, diventò presto di pubblico dominio e fu perfino dibattuto nella vicina osteria di Rossetto. Fatto è che anche i vicini degli Zanini avevano a questo punto lo stesso problema e, risaputamente, la paura è assai contagiosa. Uno per volta imitarono Giovanni e fecero lo stesso lavoro attorno alla propria abitazione. Ogni giorno nel borgo si aggiungeva una sbarra, perché si aiutavano vicendevolmente e, con le chiusure, aumentava anche il mormorio della gente. Agli Zanini (o “Danìni”), si aggiunsero ben presto i Rossi-“Nardéti” e i Rossi-“Postini”; fu poi la volta delle due famiglie Favotto-“Smaniòti”, quindi dei Berlese-“Barlési” ed infine dei Nasato-“Moréti”. Ora ognuno aveva il suo recinto illudendosi che bastasse a fermare i ladri di polli. Ma l’affaccendamento, come si diceva poc’anzi, non era passato inosservato ai compaesani, soprattutto a quelli del Borgo oltre la piazza, verso Treviso, comprendente Villa Olivotti e la bottega di generi alimentari di Biasi, con i quali c’era sempre stata una mai dichiarata rivalità. Questi erano un po’ invidiosi perché a loro non era capitato di vedersi calare dall’alto un “patrimonio” simile a quello del borgo Marzelline. Ogni giorno vedevano erigere una nuova recinzione di filo spinato, chiusa da una sbarra e ciò regolarmente destava un crescendo di stupore e d’invidia giacché solo i signori potevano permettersi tanto lusso, ad esempio i Desideri, il cui palazzo s’affacciava sulla piazza del paesino. Chi si credevano quelli delle Marzelline..? Da quella volta, il posto fu chiamato Settesbare e tuttora è conosciuto con questo nomignolo. Visentin, la radice di questo casato potrebbe trovare il suo attecchimento da “vicentin”, abitante della provincia di Vicenza. Zanin invece sembra derivare da Zuanin, diminutivo di Zuanne, cioè Giovanni, come si scriveva un tempo. Nel 1796, nasceva in Castagnole, frazione di Paese, Cattarina, figlia di Antonio di Liberal Rossetto e di Anna Visentin. Si perde quindi nella notte dei tempi l’attribuzione del soprannome Zanìn, a volte storpiato in Danìn. Nel borgo Settesbare, a Porcellengo, si costata ancora l’armonia tra famiglie come esisteva un tempo. Le recinzioni non sono più di filo spinato, ma modernamente strutturate. Non sono comunque queste le barriere che dovrebbero cadere, ma gli arrugginiti portoni dell’egoismo umano.

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