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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Agnoletto (“Agnoéti”)

Aveva un carattere che rievocava il don Camillo di Guareschi, Padre Giovanni Agnoletto (1913-1989), dell’Ordine dei Giuseppini, al secolo Giovanni-Amedeo; era un autentico bulldozer e quando s’inventava qualcosa per i suoi cento pupilli di Babaoljo, non lo fermava nessuno. Non portava quasi mai scarpe e, allorché qualcuno gliene regalava, trovava sempre chi n’aveva più bisogno. Ordinato sacerdote nel 1943, aveva esordito come missionario nel 1954, andando nel cuore della boscaglia, fra gli indigeni ecuadoregni. Più tardi, raccolti gli aiuti necessari, realizzò una scuola per orfanelli. Riuscì così a dare dignità, istruzione e lavoro a migliaia di ragazzi altrimenti destinati alla più spoglia indigenza. Si avvaleva d’insegnanti tedeschi e italiani, che si avvicendavano periodicamente nella missione. Un suo allievo diventò ministro del lavoro. Tornando a Paese (Treviso) dov’era nato, bussava a tante porte per recuperare qualche tornio, motori elettrici, arnesi vari e perfino biciclette per le sue suore. Tutta roba usata, ma che per il suo istituto era una manna. Padre Giovanni era figlio di Mosè-Isacco (1883-1958) e di Giuseppina Giovanna Maria Callegari (1884-1967), genitori di dodici figli. Agnoletto, cognome che sembra derivare da Agno, il fiume che bagna Valdagno in provincia di Vicenza; agnoletti (angioletti) erano chiamati così anche i trovatelli, gli orfanelli dei pii istituti. Questo ceppo, che trova origine a San Gaetano di Montebelluna, già emigrato a Vedelago nel 1857, fece la sua apparizione a Paese nel 1875 con i figli dei coniugi Antonio Agnoletto e Giovanna Feltrin. Il primogenito si chiamava Noè (1851), che si unì a Maria Luigia Polin (1859), figlia di Carlo e di Pasqua Nasato. Era la tipica famiglia patriarcale, una piccolà società ausufficiente, che non conosceva crisi coniugali per il vicendevole sostegno. Tra il 1878 e il 1892 vennero al mondo in casa Agnoletto ventotto individui, solo nove di sesso maschile. Ma, se gli uomini hanno la prerogativa di allungare l’albero genealogico, le donne, sposandosi allargano la parentela. In virtù di ciò la famiglia s’imparentò anche con i Maritan, De Rossi (Fermi), Gabbin, Miglioranza (Pitèri), Vendramin, Favaro, D’Ambrosi, Puppetto, Mardegan, Minato, Vincenti, Pestrin, Callegari (“Rissi”), Luciani, De Bona e tanti altri. Era quello di fine secolo il periodo della Grande Crisi europea, soprattutto per quelle nazioni come l’Italia ancora dipendenti da un’agricoltura particolarmente arretrata. Il progresso tecnologico, soprattutto nei trasporti (ferrovia e vapore), aveva favorito l’acquisto dei cereali all’estero, soprattutto in Argentina, Australia e Ucraina, quest’ultima considerata il granaio d’Europa, con conseguente tracollo dei prezzi. Fu un periodo veramente nero, dominato dalla fame, dalle malattie e dall’accattonaggio. Era questa la condizione di vita del periodo in cui gli “Agnoéti” erano giunti da fittavoli nella gran casa colonica a sei arcate della famiglia Gritti, signorotti di Albaredo; probabilmente, vista la provenienza, erano stati alle loro dipendenze anche in precedenza. Nella nuova realtà, fra Paese e Padernello, avevano in carico una campagna di ben ventisei ettari. In stalla arrivarono a tenere una ventina di mucche e un cavallo. Era il patrimonio indispensabile per lavorare tutta quella terra; terreno che tuttavia non rendeva più di tanto perché concimato organicamente, tant’è che il raccolto di frumento se n’andava unicamente per pagare l’affitto, quindi il pane lo mangiavano quasi esclusivamente i padroni. Alla famiglia rimaneva il sufficiente per tirare a campar fino a marzo. Fortunatamente il mulino Bordignon faceva credito, anticipando la farina da polenta fino alla nuova stagione. In seguito arrivarono i “cavalièri” (bachi da seta), con i quali si ricavava il necessario per la dote delle ragazze. Era soprattutto compito loro il “desgaletàr” (togliere i bozzoli dalle frasche). Con la maggiore età, i figli di Mosè e di Giuseppina Callegari cercarono un’autonoma sistemazione. Nessuno imboccò la via dell’emigrazione, preferendo piuttosto carriere marziali. Certo non si può affermare che gli “Agnoéti” siano una famiglia in estinzione se solo tra il 1900 e il 1965 a Paese sono venuti al mondo novantacinque consanguinei per discendenza maschile. Attualmente l’avita casa, rimasta intatta come un tempo - vero monumento agreste racchiuso nell’area artigianale di Padernello - è occupata da Luigi e dalla sua consorte Maria Luigia Dametto. Questo pertinace figlio di Mosè è rimasto fedele alla tradizione di contadino e alla terra dei suoi predecessori; uno degli ultimi baluardi a resistere al vento dell’industrializzazione sfrenata. Neppure uno dei suoi cinque figli è voluto restare nella casa che conserva tanta storia, come a voler rompere con una famiglia d’altri tempi.

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