presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Puoi acquistare Il selvaggio del Lagorai su Amazon e Playstore

Compra su Amazon

Compra su Play Store

 

Leggi le recensioni

Recensione vita del popoloRecensione Famiglia Cristiana

 

Bellio (Berlése)

bellio“Piero dea Ida” era l’unico figlio maschio di Abramo Bellio (1872-1912) e di Ida Venturin (“Spinòti” di Villa di Paese-Treviso). Era nato nel 1903 ed aveva tre sorelle. La mamma Ida, ancor giovane, era rimasta vedova del marito, castaldo (fattore) della famiglia Algarotti-Quaglia, mancato a soli 40 anni, lasciandole così l’onere di mantenere da sola i quattro figli. Una donna di carattere, tanto da aver lasciato un segno nella famiglia dei “Berlese”, soprannome che risale a Margherita Berlese, sposa di Vincenzo Bellio (1791-1878), nato in piena Rivoluzione Francese. Ancora una donna, quindi, ad aver lasciato una traccia indelebile. Dai due nacquero Domenico e Angelo. Furono questi a creare due rami genealogici distinti, rispettivamente caratterizzati dal segmento “Berlese” e da quello dei “Martini”. Domenico sposò Maria De Marchi che gli diede sei figli tra il 1811 e il 1826, tra cui Vincenzo (1811-1866), maritato ad Angela Pietrobon. I due generarono Giovanni Battista (1835-1890), sposo poi di Domenica Barbisano, genitori d’undici figli tra cui Abramo, padre di “Piero dea Ida”. Fu questa la generazione del periodo post-napoleonico, ma senza poter goderne i principi, perché la massa contadina non era particolarmente coinvolta negli avvenimenti politici, avendo una sua vita autonoma. In particolare il 1817 fu particolarmente tragico per il numero di morti d’inedia e di tifo. In ogni regione d'Italia, con la Restaurazione, erano scattate severe disposizioni contro i colpevoli di trasgressioni politiche, provvedimenti in cui ci stava dentro tutto. Pure nello Stato Pontificio Pio VII, abolendo il codice napoleonico, emanava disposizioni contro i promotori di fermenti liberali. In Piemonte Vittorio Emanuele non era da meno, istituiva il ministero di Polizia Generale, che significava fare una "pulizia generale!". Tutta la politica governativa, decisamente repressiva, ristabiliva gli antichi diritti feudali stroncando sul nascere ogni sorta d’organizzazione. Il Veneto era naturalmente sotto il dominio austriaco. Bellio, un cognome probabilmente d’origine tedesca (Bellud), importato con le invasioni barbariche, ma il cui significato sfugge. A Paese, questa famiglia rurale, arrivò provenendo da Preganziol, tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800, insediandosi nel palazzo-dependance a tre piani, di fronte a Villa Quaglia, che divenne spesso teatro d’allegre serate, ma anche testimone di tante tribolate vicende. Un nucleo, quello dei “Berlese”, particolarmente segnato da traumatici lutti. Nonno Abramo morì a soli quarant’anni, dopo averne passati quattro immobilizzato a letto. Si era spezzato la spina dorsale scivolando durante la pigiatura effettuata a piedi nudi. Lasciava così, all’inizio del 1900, quattro bocche da sfamare alla sua Ida. Una situazione che indusse ad aprire l’osteria nominata appunto di “Piero dea Ida”, attuale Club degli Spaghetti. A scandire il tempo alla famiglia fu soprattutto l’osteria, che era famosa per la sua cucina e ricercata per banchetti nuziali. Ogni domenica si poteva consumare il baccalà, battuto sul grosso anello marmoreo del pozzo nel cortile ed innaffiato con dell’ottimo vino fatto in casa, le cui uve provenivano da Roncade. Nell’immediato secondo dopoguerra era il ritrovo degli eminenti di Paese che, di domenica, vi si recavano subito dopo il Vespro. L’onorevole Zanoni, Giovanni Pozzebon (“Majeri”), Emilio Bresolin, il maestro Milanese e altri, tutti amici di Pietro, erano gli abituali frequentatori. Quei muri impregnati di mille sapori, videro accendersi grandi discussioni e non di rado proprio qui trovavano origine importanti scelte amministrative. C’era allora una gran passione per la politica. Nel primo dopoguerra, in occasione di matrimoni, s’incominciava a praticare il ballo, era un’eccezione appena tollerata dal parroco mons. Attilio Andreatti. Ballare era, infatti, considerato esercizio moralmente riprovevole. A quel tempo un locale “trasgressivo” di Paese fu oggetto di “scomunica” pubblica, da parte del sacerdote e bollato come scandaloso. Come tante famiglie di Paese, anche quella dei Bellio, nella prima metà del secolo scorso, conobbe le vie dell’emigrazione. Parecchi suoi membri partirono per gli USA e il Canada, formando così oltremare una propria genealogia. Nell’inverno 1944, l’osteria fu teatro di un fatto particolarmente sconvolgente, vicenda che s’impresse nella memoria dell’allora decenne Abramo. Una sera, era tempo di guerra, irruppero alcuni partigiani armati di mitra e pistole, proprio nel bel mezzo di un’allegra cantata, che modificando la parlata si spacciarono per militari della Polizia Segreta Tedesca. Con la voce rotta dalla paura, alcuni avventori iniziarono a giustificarsi, dicendo di essere maestranze della T.O.T., la società che scavava le trincee e disponeva le piste per gli aerei. “Io faccio il guardiafili della ferrovia”, disse uno. Altri affermarono di essere occupati nella fabbrica di munizioni a Castagnole, altri ancora nei servizi logistici, esibendo tanto di tesserino. L’idea geniale però la tirò fuori una servente, memore che, al piano superiore, era alloggiato un commissario fascista. Questi, insospettitosi, scese con la pistola in pugno affrontando la falsa Polizia Tedesca ed esclamando: “Documenti si, portafogli no!”. I partigiani lo disarmarono fulmineamente e lo condussero in una stalla di Padernello assieme ad un certo “Mandolino”, che continuavano a schiaffeggiare. Qui i due furono sommariamente processati e fucilati. Attualmente, la vecchia casa colonica dei Quaglia, già occupata dalle famiglie Bellio e già sede di un comando inglese nella Prima Guerra Mondiale, è rinata nella sua pregevole originaria bellezza architettonica. Durante il recente restauro, in una trave del tetto fu scoperta una scritta a lapis, databile fine “800, attribuita al nonno Abramo, che recitava così: “El capeàn De Zuliani el vol mandarme via, ma noaltri el mandemo in Cae de Oro” (allora quartiere malfamato di Treviso). “Capeàn” non era un clericale, ma si trattava di persona ospitata in casa della moglie, in questo caso De Zuliani, proveniente dal Feltrino e padre di due figlie, andate spose in altrettante famiglie di Paese, il quale probabilmente aspirava a diventare castaldo degli Algarotti-Quaglia.

Please publish modules in offcanvas position.

Free Joomla! templates by AgeThemes