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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Billio (Bio)

billioUna tradizione di contadini, ma anche di fungicoltori e d’emigranti, quella dei “Bìo”, che hanno voluto provare le principali emozioni che la vita riserva agli intraprendenti. Occupavano il cosiddetto “palazzo” nel borgo centrale di Porcellengo, frazione di Paese (Treviso - Italy) ancora visibile all’inizio di Via Turati. Al tramonto dell’ ”800, mentre la maggior parte delle famiglie pativano la fame, loro se la cavavano più che dignitosamente. Il più carismatico dei Billio, colui che governava la numerosa famiglia, si chiamava Pietro (1831-90), figlio di Domenico (1794-1845), ma è inequivocabile la loro presenza anche in antecedenza. Il primo riscontro del loro insediamento, provenendo da Musano, si ha intorno al 1780, con un altro Domenico e Michele (1727-99). Pietro fece venire al mondo una prole di diciassette elementi, tra i quali Matteo (1894-1982) che si unì in matrimonio con Luigia Genovese da Musano; e Giuseppe (1901-82), che prese in sposa Jolanda Visentin, detta “Regina” (1902-82), da Porcellengo. Matteo e Giuseppe, prima di spartirsi le proprietà, abitavano nella stessa casa, condividendo il lavoro di allevatori e di contadini. Possedevano oltre una ventina di campi di terra e altre due residenze date in affitto. Il “palazzo” costituiva il nucleo abitativo della famiglia, un edificio di due piani oltre al pianterreno, con tre grandi arcate sul fronte che precedevano il portico, attraverso il quale si accedeva alla cucina con il focolare e alla camera del patriarca Domenico. Tutto il secondo piano era adibito a deposito di cereali, legumi essiccati, zucche, patate, farina e altri prodotti della terra. Questo spazio, nella primavera inoltrata, era adibito a bachicoltura. Successivamente il cosiddetto palazzo divenne l’abitazione di Giuseppe. Contiguo a questo stabile, sulla sinistra, c’era l’abitazione di Matteo, un po’ più bassa ma fornita anch’essa di due archi che immettevano direttamente nella cucina. Prima della spartizione vi trovavano posto le stalle, un altro granaio e il fienile. Alla vigilia della seconda guerra mondiale i Bio costituivano ancora una famiglia di tipo patriarcale, formata da ventisei consanguinei. Periodicamente Domenico si recava al mercato di Montebelluna a vendere dei buoi, ritornando ogni volta con due vitellini appena svezzati. Intanto i ragazzi si divertivano giocando al “pito” (lippa), al “furlo” (trottola), a “bandiera” o a “guardie e ladri”. Nella vicina piazza di Pocellengo, c’era una fontana delimitata da quattro paracarri che sembravano messi a posta per giocare ai “quattro cantoni”. Si costruivano archi e frecce con il legno di sanguinello, ma anche eliche e “carri armati” con i rocchetti di legno, che un semplice meccanismo ad elastico muoveva come fossero dei pesanti cingolati. Come si accennava, a cavallo delle due guerre, Matteo e Giuseppe, suddivisero la casa in due abitazioni distinte, spartendosi le proprietà. Matteo e Luigia Genovese, furono genitori di sette discendenti, tra i quali Gino, Lorenzo e Tarcisio, che vantano una comune esperienza da emigranti. Gino si era imbarcato nel 1951 per il Canada, raggiunto un anno dopo da Tarcisio. Lorenzo raggiunse i fratelli nel 1954 partecipando al primo volo aereo organizzato dalle ACLI di Treviso. Un viaggio rocambolesco, con vari scali tecnici, da Roma a Toronto, passando per Parigi, Terranova e Montreal. In terra americana fece un po’ di tutto, in particolare l’operaio in una fabbrica di mattoni e il bracciante in una fungaia. Fu la circostanza che lo farà diventare un realizzato imprenditore agricolo. Tarcisio, raggiunto il fratello Gino, lavorò nelle foreste del Grande Nord in situazioni disagiate dormendo nei carri ferroviari, guardato a vista dagli orsi. Fu assunto in seguito in una fungaia dove emerse la sua anima contadina che gli valse la stima dei datori di lavoro e un posto di responsabilità. Fu questa la molla che lo fece ritornare in patria dove si dedicò alla fungicoltura e poi alla produzione dell’humus, il composto utilizzato per coltivare la specie prataiola. Non meno interessante appare il ramo dei Billio che fa capo a Giuseppe e a Jolanda-Regina Visentin. Tre dei loro figli si fecero religiosi. Angelo (1928) entrò nell’Ordine della Consolata andando missionario in Kenya. Pure la sorella Bertilla (1930) si fece religiosa, francescana di Cristo Re, con il nome di Suor Stefana. Poi Mario (1931), ossia Padre Stefano, entrato nell’Ordine dei Carmelitani Scalzi. Fu missionario in Giappone dal 1958 fino alle soglie di sorella morte, avvenuta a Treviso nel 2001.

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