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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Bosco (“Boschi”)

bosco“Zé quà èl pessèr… Péssseee…!!” Da giovane Sante Antonio Bosco, chiamato “Santo”, faceva il pescivendolo. Girava con una robusta bicicletta attrezzata allo scopo, con un portapacchi davanti e uno dietro, dove teneva le sue cassette di prodotti ittici: molluschi, sardine e polpi. Antonio (1885) era uno degli otto figli di Pietro (1852-1926) e di Maria Cavallin (“Gagno”) da Padernello, frazione di Paese (Treviso-Italy). Quel mestiere di commerciante non gli andava troppo a genio, perciò dopo la Grande Guerra decise di cercare fortuna emigrando in Canada. Nel Nuovo Mondo conobbe una certa Caterina da Lamon (BL), con la quale si unì in matrimonio generando una figlia. Con i suoi risparmi riuscì ad acquistare i due campi di terra e la casa che i “Boschi” già avevano in carico da fittavoli dei Pellegrini. Tuttavia Antonio-“Santo” preferì restare in Canada piuttosto che far ritorno al suo paese, dove il ricordo di un’esistenza di stenti prevaleva sui legami affettivi. La conduzione del patrimonio era affidata al fratello Giovanni Sante (1880-1958), che contraccambiava pagando le tasse che gravavano su quei beni. Di famiglie Bosco a Paese ce ne sono altre, alcune hanno origini consanguinee, di altre ancora non è stata finora riscontrata relazione pur provenendo dalla stessa zona. Quella di Sovernigo, ad esempio, giunse da Istrana con il capostipite Giovanni (1888), figlio di Giuseppe, sposandosi a Paese il 22 Novembre 1913 con Genoveffa Nasato (1894), figlia di Bortolo. Erano questi i genitori di Orlando Giuseppe (1927), abitante a Sovernigo in Via XXIV Maggio. Non è stato comunque approfondito se si trattasse della stessa famiglia. Famiglie con questo cognome sono presenti in oltre mille comuni italiani; un po’ in tutte le regioni. Il significato poi è fin troppo facile intuirlo. I “Boschi” di Villa arrivarono a Paese intorno al 1790, con i fratelli Antonio, Giuseppe e Angelo, figli di Domenico e Maria Colusso, di Giuseppe. Pure il nonno Bosco si chiamava Antonio, è questi l’antesignano della famiglia, nato nei primi decenni del XVIII secolo. Nonno Antonio era contemporaneo del grande commediografo veneziano Carlo Goldoni (1707-93). Furono quindi i tre figli di Domenico e Maria Colusso a portare i Bosco a Paese intorno al 1790. Antonio (1777-1855) si sposò con Giovanna Aurelio, di Osvaldo, da Castagnole, chiamata “Zanetta”; Giuseppe (1782-1819) si coniugò a Giulia Gasparin da Musano. Questi si erano sposati il 29 gennaio 1804 a Musano dove abitavano ambedue. C’era poi Angelo (1787-1867) unito ad Elisabetta Nasato da Istrana; questi risultano provenienti da Sala di Campagna. Se ne deduce che antecedentemente girovagavano nella campagna trevigiana spostandosi ovunque fosse richiesto manodopera, per procurarsi quel poco che bastava per sopravvivere. Al tempo dell’arrivo dei tre figli di Domenico Bosco fame e malattie la facevano da padrone, altissima era la mortalità infantile e la medicina ancora primordiale. Lo testimonia il fatto che Antonio ebbe tre figlie con lo stesso nome, Maria, ma c’era anche Gioseffa e Domenica (1805) Boscho, tenuta al fonte battesimale da Zen Suman di Zuanne. C’era poi Osvaldo (1818-97), il cui padrino era Matteo Breda del fu Francesco, nato con l’assistenza dell’ostetrica (“levatrice”) di Paese Domenica De Marchi. Pure Angelo e Giuseppe ebbero dei discendenti. A proprosito di medicina, emblematica appare la descrizione del decesso che segue: “23 8bre 1793. Maria moglie di Francesco fu Gaetano Miotto d’anni 36 in ca. dopo una infermità di anni 13 nel qual tempo più volte fu munita con li S.mi Sacramenti… jer di sera da questa passò all’altra vita. Nel tempo della sua malattia gli furono fatte due emissioni di sangue, né mi è noto ch’abbia presi medicamenti. Chi gli cavò sangue fu il Dr. Sig. Batta Basso. Questa sera fu sepolta in questo Cimiterio alla presenza di me D. Gianleonardo Cimarosti Curato”. Osvaldo Bosco, figlio di Antonio e “Zanetta”, si sposò con Antonia Da Re del pio luogo di Treviso (orfanotrofio); se ne deduce che fosse orfana o figlia illegittima. I due sposi, uniti in matrimonio nel 1840, fecero venire al mondo una prole di dieci bambini, ma la loro dev’essere stata una famiglia davvero poverissima perché ben otto di essi morirono prematuramente, quasi certamente per indigenza. I “Boschi”, alla fine del XIX secolo li troviamo insediati al Piovèl nella proprietà di Pellegrini, in Via Comuni, rinominata poi Via Fornace, attuale Via Grazia Deledda, laterale di Via Calmorgana, ora Via mons. Breda. La casa colonica dove abitavano era un edificio a due piani, compreso il pianterreno, non diverso dagli analoghi edifici dell’epoca, con porticato, zona abitativa, stalla con due bestie da lavoro, granaio e fienile. Davanti alla casa c’era una grande aia, testimone di un incessante movimento di persone e animali. Il tutto era circondato da una mura in sassi e mattoni con due grossi pilastri all’ingresso…

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