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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Carestiato

carestiato01“13 Giugno 1936. Carestiato Domenico fu Angelo e fu Nicolin Maria, nato a Zero il 21 Giugno 1861, domiciliante in Quinto, marito della fu Mattiazzo Luigia, morì con tutti i conforti religiosi l’11 corrente alle ore 22.30. Oggi fu sepolto a S. Cassiano. Fu ottimo cristiano”. È l’atto di morte redatto dal parroco pro tempore, don Giuseppe Girotto, che attesta l’arrivo in Quinto di Treviso (Italia) della famiglia Carestiato, originaria di Zero Branco, dove era insediata fin dal XVII secolo. Domenico, si dice, era nato in Zero Branco, ma la ricerca del suo atto di nascita ha dato esito negativo, probabilmente era nato a S. Alberto, frazione di Zero Branco come si tramanda ancora nei suoi successori. Tuttavia in Quinto i Carestiato esistevano già nel Seicento come emerge nell’atto che segue: “8 Giugno 1760. Angela vedova del fu Zuanne Carestiato di questa Pieve, in età d’anni 80 ca., nella sua propria abitazione, in grembo di S. Madre Chiesa, da male di lunga malattia, questa mattina all’ore 10 ca. rese l’anima a Dio…”. Zuanne era quindi nato intorno al 1680. I primi personaggi ad apparire nella storia dei Carestiato furono Zuanne e Menego, ossia Domenico, un nome questo di cui è impregnata la discendenza della longeva famiglia, ancora riproposto nelle attuali generazioni: “Addì 3 Maggio 1699. Nadal, figlio di Menego Carestiato e di Pasqua sua legittima consorte fu battezzato da me Cappellano Curato. Padrino Augusto Dotto da Zero”. Pure quest’atto conservato nell’archivio parrocchiale di Zero testimonia quanto affermato più sopra e probabilmente i due erano fratelli. Oltre a questo nucleo familiare, nel Seicento c’erano in Zero Branco anche quelli di Zuanne e Antonia, di Lorenzo e Maria, di Pietro e Zuana, di Mattio e Menega, di Francesco e Anzola. I Carestiato erano quindi una delle più grandi compagini di questa terra di acque e di mulini, forse la più radicata. Domenico, Vincenzo, Pietro, Pasqualin, Nadalin, Giuseppe, Giovanni e Baldissera sono i nomi che si rincorreranno alternandosi nelle generazioni per tener fede al ricordo dei precursori dei quali non si voleva perdere la memoria. Nel Settecento emergono nel parentado Carestiato diverse coppie: Iseppo e Zanetta (Giovannina), Gioachino ed Elisabetta, Nadal e Teresa, Santo e Maria, Nadalin e Paola Boa, Matteo e Andrianna Bonato, Antonio e Andrianna Gioppato, Pietro e Santina Mattiello, Nadalin e Teresa, Vincenzo e Perina Teson, e naturalmente quella di Domenico alla cui sposa non è stato possibile risalire. In Zero Branco i Carestiato esistevano già nel XIII secolo, come attestato in una “mariegola” (regola) di S. Maria dei Battuti, nella quale emerge che “la chiesa di Zero, intestata a S. Maria Assunta, fu costruita sui fondi di Carestiato e Zago”. Era l’anno 1288, quando 48° Doge della Serenissima era Giovanni Dandolo (1280-89), figlio di carestiato02Gilberto, "Capitano General da Mar". In quegli anni Venezia iniziava a coniare il ducato d’oro, più tardi detto zecchino, rimasto inalterato fino alla caduta della Repubblica avvenuta nel 1797. Carestiato. Questo cognome è iscritto nell’anagrafe di una trentina di comuni, quasi esclusivamente del Veneto dove ha messo radici profonde in particolare nelle province di Treviso e di Venezia. Da queste si è diramato anche nel Padovano e nel Veronese, travalicando poi i confini regionali. Pure un ristoro alpino è intitolato ad un Carestiato, si trova nel Bellunese, nel gruppo della Civetta: “Rifugio Bruto Carestiato”, in località Col dei Pass, mt. 1834, alla base delle pareti meridionali della Moiazza, dove la vista può spaziare sulla Conca Agordina e sulle montagne che le fanno da sfondo. Altri membri di questo casato si trovano all’estero, ad esempio in Brasile. Se è chiara la sua diramazione, problematica appare la sua etimologia. Sul significato del cognome si possono fare soltanto delle ipotesi, senza particolari certezze. Carestiato potrebbe derivare da carestia, e un tempo questi flagelli furono assai frequenti, ma è soltanto un’ipotesi. Particolarmente gravi furono le carestie che si ripeterono durante la guerra dei Trent'anni (1618-1648). In Italia fu terribile quella del 1346-1347, che aprì le porte alla "peste nera" del 1348. Non fu tuttavia la sola perché periodicamente si ripresentò più o meno intensamente almeno fino a tutto il XVII secolo e, in certe zone, anche nel XVIII. Riguardo ai soprannomi attribuiti ai Carestiato ne sono stati individuati tre: Pojian, Manerotto e Baldi, tutti del XIX secolo. Nel 1853 nel casato dei Carestiato ci fu uno sposalizio straordinario, dato che intervenne personalmente un alto prelato di Venezia a benedire le fedi nuziali: “Adì 24 Novembre 1853. Il Rev.do D. Ferdinando di Medici vicario di S. Benedetto di Venezia, questa mattina alle ore 11 ha unito in Santo Matrimonio Valerio Sartor delli furono Angelo e Pulieri, con Carestiato Lucia del fu Antonio e della vivente Bonato Adriana. Nella S. Messa furono dal detto Vicario benedette le nozze essendo testimoni il Sig. Antonio Finati farmacista dimorante a Zero e il campanajo Scattolin Vincenzo”. Così stilò l’atto l’arciprete Don Giovanni Berna. I Carestiato erano proprietari terrieri fin da tempi remoti, ma erano anche tante bocche da sfamare perciò non navigavano nell’oro. Si difendevano lavorando la terra ed erano abituati a stringere i denti. Era una famiglia che non prescindeva dall’aiuto divino il quale, unito alla saggezza degli anziani contadini, sopperiva a tante carenze…carestiato03

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