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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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De Lazzari ("Adari")

delazzariPietro, fu Pietro, fu Pietro. Questa l’ascendenza della Famiglia De Lazzari di Castagnole, frazione di Paese (Treviso-Italy). Figlio, padre e nonno, tutti con lo stesso nome, com’era usanza un tempo, per conservare non solo la memoria dei predecessori, ma anche per tramandarsi quei valori che costituivano l’autentico vero patrimonio familiare. Una stirpe prolifica quella degli “Adari”, è quanto emerge dalla loro storia, raccontata da Pietro Mosè, classe 1914, sposato con Ernesta Pavan. Due anziani genitori d’otto figli, ai quali la natura ha riservato una salute e una lucidità invidiabili. Della famiglia De Lazzari, è certo che il capostipite, Pietro appunto (1850), proveniva da Postioma, dove occupava la dependance del Generale Tassoni, per stabilirsi a Castagnole nella proprietà rurale dello stesso. Era questa una gran casa di due piani, con tre doppi archi, circondata da ben settanta campi di terra, che gli “Adari” acquistarono nel 1922 per l’importo di lire 3.500 ciascuno. Pietro (1886-1957) e Giuseppa Miglioranza erano i genitori di Pietro Mosè e d’altri cinque figli: Silvestro (detto Cattarin), Silvia, Antonio, Giovanni (chiamato Ernesto) e Giuseppe. Una media famiglia patriarcale che negli anni Cinquanta del secolo scorso contava diciannove persone. Ha fatto un po’ di tutto Pietro Mosè: il contadino, il soldato, l’operaio e, dal 1941 al 1974, l’occupato nella fabbrica di munizioni di Marnati & La rizza (poi Simmel), a Castagnole. Due volte, durante il secondo conflitto mondiale, la casa degli «’Adari» fu devastata per lo scoppio della vicina polveriera bombardata dagli Alleati. Molti perirono in queste circostanze, ma altri anche a causa dei frequenti incidenti provocati dalla maldestra lavorazione dell’esplosivo. Successe anche il 4 ottobre 1934 quando persero la vita ventidue lavoratori. Nonostante ciò la fabbrica era ricercatissima, perché assicurava lavoro stabile. Quotidianamente casse di ordigni partivano verso fronti non certo pacifici. Soltanto una certa interessata ipocrisia può far credere che questi strumenti servano alla causa della pace. Le guerre, infatti, non hanno mai prodotto amore, ma soltanto distruzioni, sofferenze e morte. Nel dopoguerra, Pietro Mosè De Lazzari andò in cerca di fortuna emigrando nello stato argentino del Paranà. Faceva il taglialegna negli impenetrabili boschi lungo la costa. Un giorno, una marea di riflusso, si portò via le cataste di legna frutto di giorni e giorni di duro lavoro. Talvolta anche la natura pareva mettere il suo zampino per rendere la vita ancor più rude a quei disgraziati. Tonnellate di legna, infatti, erano già pronte per essere caricate sugli zatteroni spinti a braccia per partire verso le segherie. L’anno seguente all’emigrazione del capofamiglia, tutto era predisposto perché i congiunti, la moglie e i sei figli, lo raggiungessero in terra sudamericana. Ma Ernesta ricevette da Mosè un telegramma che la informava di essersi imbarcato per ritornare a casa, a riprendere il suo posto alla “Marnati & Larizza”. La fabbrica, dopo il ritiro di Marnati, rimase al solo Filippo Larizza. Era questi uomo tutto di un pezzo, già sottotenente d’artiglieria. Abitava in Bassano del Grappa e durante il periodo della Resistenza aveva scelto Pietro De Lazzari come uomo di fiducia, tanto che spesso se lo portava nella sua dimora per servizi ausiliari. In una di queste occasioni, correva l’anno 1944, Pietro, da una finestra della casa del padrone, fu testimone suo malgrado dell’impiccagione, agli alberi che fiancheggiavano la strada di fronte (ora Viale dei Martiri), di una schiera di giovani partigiani, a cura dei nazifascisti. Vide trucidare anche un marinaio in licenza che, per caso, si trovò a passare di lì, con un’accusa infondata, dopo avergli sottratto la valigia. Stessa fine toccò anche ad un quattordicenne, che avevano prelevato mentre era a pascolo con le mucche. Lo impiccarono, ma poiché continuava a dibattersi, gli spararono tra gli occhi. Filippo Larizza, colpito da un male incurabile, morì nel 1969. A Castagnole lasciò la sua benefica impronta. Sapeva di fabbricare strumenti di morte, forse anche per questo dava frequenti elargizioni alla parrocchia. La scuola materna era dedicata alla sua memoria. Le sue ceneri riposano, con quelle della moglie Marta Pocaterra, attrice romana appassionata di cavallli, nel cimitero di Felette…

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