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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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De Lazzari (“Fortùna”)

delazzarifortunaAprile 1943, i tedeschi in fuga dalle parti del Colmello, località di Paese (Treviso-Italy) ai confini con San Cassiano di Quinto, abbandonano precipitosamente una cassaforte lungo il fossato che costeggia la ferrovia Treviso-Vicenza, ma occhi indiscreti registrano la scena e, con la complicità delle tenebre, rocambolescamente la sottraggono. I De Lazzari giurano ancor oggi, con scarso credito, che quella cassaforte era vuota, ma il mistero rimane e per la gente fu quello un colpo davvero fortunato. E a chi mai poteva capitare se non ai “Fortuna”? È questo, infatti, il soprannome della famiglia che resiste da epoca immemorabile, anche con il derivato di “Fortunéta”, per indicare un altro ramo dello stesso casato. I De Lazzari abitavano lungo l’attuale Via Verdi in una poderosa casa colonica di due piani. I primi ad insediarvisi furono Giuseppe, figlio di Giovanni De Lazzari, e la moglie Lucia Signori (1822), dopo il matrimonio avvenuto a S. Cristina il 15 gennaio 1843. I De Lazzari tuttavia erano forse la più grande e longeva famiglia di Paese, esistente già nel XVI secolo. Il 1843 fu dunque l’anno del ritorno dei De Lazzari a Paese. Dall’unione di Giuseppe e Lucia vennero al mondo sette figli: Filomena, morta giovanissima; Caterina e Monica, che sposarono due fratelli Lucchetta da Boiago di Quinto, rispettivamente Pietro e Giovanni; Romano, rimasto celibe; Fiorino, che prese in sposa Maria Marcon da Paese; Luigi (1872), che si ammogliò a Maria Francescato (1874) da S. Cristina; e Antonio (1874-1923) che si unì in matrimonio con la cugina Regina De Lazzari (1890-1983), dei “Fortunéta”. In casa dei “Fortuna”, a voltare le spalle al mestiere di contadino fu Antonio arruolandosi nei Carabinieri Reali. Si sposò nel 1921 all’età di quarantasette anni, dopo aver lasciato l’Arma perché per i militi esistevano dei limiti dai quali non si poteva transigere. Dall’unione con Regina vennero al mondo Giovannina e Antonio. Giovannina (1922), andò sposa ad Arturo Novello da Mogliano Veneto al quale diede sei figli; Antonio (1924), portava il nome di suo padre che non conobbe mai perché deceduto repentinamente a causa di un malanno contratto durante la trebbiatura. Antonio all’età di tredici anni era garzone in una bottega di barbiere a fianco dell’osteria “Pantalin” a Treviso, in Piazza San Vito. Fece poi il contadino a Codognè, in casa degli zii Monica e Giovanni, che periodicamente andavano anche a Grisolera (Eraclea) dove avevano assunto della terra in qualità di fittavoli. Lasciati gli zii, Antonio trovò lavoro alla S.A.L.C., fabbrica di pavimenti di Treviso. Intanto lo zio Luigi con la moglie Maria Francescato era andato ad abitare in una nuova casa costruita poco lontano. Da questo segmento famigliare, per intraprendenza del figlio Vito, trovò origine negli anni Sessanta una generazione d’imprenditori di movimento terra, soprattutto nell’escavazione, trasporto e commercio di ghiaia e sabbia per l’edilizia. Fu quello il periodo che Paese s’incrementò di numerosi crateri escavativi che deturparono il territorio, anche se furono la cartina di tornasole di un inconfutabile sviluppo economico ed urbano. In quelle cave abbandonate, con falde a cielo aperto, da ragazzi si andava a pescare e a nuotare; qualcuno ci lasciò la vita. Negli anni Quaranta del secolo scorso una violenta grandinata flagellò i raccolti, mettendo a dura prova l’economia della zona e, di conseguenza, la vita della gente dedita quasi esclusivamente all’agricoltura. La domenica successiva l’evento stava per ripetersi durante la funzione dei Vespri. Il parroco di Paese, don Attilio Andreatti, fece uscire i fedeli in processione mettendosi in testa affiancato da due chierichetti con i ceri; uno di loro era proprio Antonio De Lazzari. Il pastore della parrocchia fece fermare il corteo sul sagrato della chiesa dirigendosi all’angolo della canonica che guardava verso Sovernigo e, ponendosi imperiosamente di fronte al maltempo, lo rimproverò: “Finché vivrò tu non farai più cader la grandine su questo paese”, disse al temporale, e lo asperse con l’acqua benedetta. Si dice che da allora e fino alla morte del parroco, più non grandinò…

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