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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Fantin (“Nanevàca”)

fantinnane“Nane, porta fòra ‘a vaca, che ‘ndemo sui campi”. L’ordine era arrivato alle tre e trenta del primo mattino e “Nane” aveva fatto sì uscire dalla stalla un quadrupede, ma nel buio, non s’era accorto che si trattava del bue. “Non èl bò… ‘a vaca, Nane!”. A dire il vero non si sa precisamente quale dei due animali dovesse portar fuori. Un’altra versione lo dava al mercato di Montebelluna ad acquistare una vacca, ma tornato a casa si accorse di avere preso un bue. Fatto è che, fosse questo o quella, da quel giorno, aveva circa quattordici anni, Nane rimase immortalato col nomignolo di “Nanevaca”, soprannome che resiste saldamente ancora oggi fra la sua discendenza, soprattutto riferito all’osteria. Giovanni Fantin (1857-1944) figlio di Pietro, era nato ad Ospedaletto d’Istrana, patria d’origine della sua famiglia, rimanendo orfano a soli otto anni, con una sorellina. Cresciuto piuttosto in fretta, Nane cominciò a dar segni d’insofferenza, facendo trasparire il desiderio d’autonomia. Pertanto, mentre la sorella metteva definitamene radici nella famiglia Filippetto, lui venne a Paese come bracciante dei Perotto. Qui conobbe Camilla Lepes da Padernello, che era a servizio nella stessa casa, con la quale si fidanzò. Trovò poi lavoro all’Appiani di Treviso. Ogni giorno la stessa storia: fabbricar mattoni e coppi. Ma non era mai soddisfatto. Vedendo quest’anima in pena e intuendo le sue potenzialità, il segretario comunale di allora, Piazza, gli offrì la casetta del comune che si trovava a fianco della chiesa, rilasciandogli la licenza di fruttivendolo purché mettesse sù famiglia. Giovanni si sposò con Camilla Lepes (1856-1944). Dalla loro unione, avvenuta a Paese il 4 aprile 1883, vennero al mondo sette figli: Arturo (1887-1974), che si unì a Ida Milanese (1887-1965) di Giobatta; Pietro-Romolo (1889), sposato nel 1917 con Maria Tiapaga da Sospirolo (BL); Margherita Maria (1884), maritata con un Filippetto di Villanova d’Istrana; Maria detta Amabile (1892-1982), già sposata con Luigi Condotta (“Osti”, 1892-1924) di Via San Luca, rimasta vedova nel 1924; Carmela Annunziata (1898), andò sposa in provincia di Padova; Giuseppina Giovanna (1896), unita in matrimonio con Giuseppe Rigo da Rovigno ma residente a Paese prima di trasferirsi a Spresiano; già segretario comunale di Breda di Piave, ebbe due figli, fra questi Luciano, partigiano, medaglia d’argento, fucilato nel 1944 dalle Brigate Nere nel cortile della Caserma Salsa di Treviso, aveva 21 anni. A Spresiano gli è dedicata la piazza principale, mentre nella facciata del municipio di Breda una lapide ricorda il suo sacrificio. Romolo, prima di sposarsi aveva partecipato alla guerra di Libia contro i Turchi nel 1911-12. Si trovava a Gargaresch (Tripoli) quando gli arrivò la notizia che don Attilio Andreatti, già cappellano a Paese dal 1897 al 1902, stava per fare il suo ingresso da parroco, succedendo a don Lorenzo Zamprogna. Gli scrisse una lettera che fu letta in occasione dell’ingresso del nuovo pastore: «Rev. Don Attilio, dalle terre africane ove mi trovo a combattere per il bene della Patria, sento il dovere come suo parrocchiano di mandarLe i miei vivi auguri e sentimenti di alto orgoglio sapendoLa nuovo Pastore di Paese. Dispiacentissimo non poter prendere parte alla festa che Paese in questo giorno farà in di Lei onore, mi raccomando a Lei che anche oggi benché tutto festante come spero in altri giorni, mi ricorderà al buon Dio affinché mi salvi d’ogni pericolo che purtroppo qui ne vado spessissimo incontro e perché possa, grazie al Creatore, ritornare illeso fra le braccia dei miei amati genitori e fratelli che ansiosi mi attendono. A nome di tutti i soldati di Paese che si trovano in Libia e che ora non posso vedere mando gli auguri. Romolo Fantin – Regia Guardia di Finanza, Compagnia combattente Gargaresch». Nel 1918, abbattuta la casetta per far posto all’ampliamento della chiesa, i Fantin si trasferirono a Postioma, in una dimora rurale dei Balzero di Zero Branco, contigua a Villa Tassoni. Arturo era occupato come inserviente, nella bottega di generi alimentari di Ettore-Annibale Balzero (1833-1922), che si trovava a Paese, all’inizio di Via Pravato; a sinistra della sua bottega c’era l’osteria dei “Vaintinéti” (Grespan). In seguito, ritiratosi il titolare, il negozio fu rilevato da Arturo, con l’appartamento al piano superiore, dove venne ad abitare con la famiglia. Un’unica scala metteva in comunicazione gli alloggi dei Fantin e dei Grespan. L’osteria dei “Vaintinéti”, al piano superiore era fornita anche di una sala per banchetti. Negli anni venti del secolo scorso in questo locale si tenevano spettacoli di marionette e d’illusionismo ad opera di compagnie girovaghe. Dal matrimonio di Arturo e Ida vennero al mondo sette figli, quattro maschi e tre femmine: Augusto (1912-95), che si sposò con Vittoria Nasato (“Moretèi”) da Sovernigo; Battista (1913-70) si unì a Teresa Severin (“Searìni”); Giovanni (1915) – dal quale abbiamo tratto questa storia – era sposato ad Attilia Michieli (1920-90), detta “Titti”, da S. Giuseppe; Amedea (1917) sposata a Santa Bona; Rina (1920) accasata in Giacomini di Pezzan d’Istrana; Antonietta (1924), sposata con Bruno Milanese di Paese; e Bruno (1926), unito ad Elisa Biscaro (“Isetta”) di Sovernigo. Col tempo e l’incremento degli affari, i figli di Arturo si spartirono l’eredità dei loro vecchi, rimaneggiando ed ampliando botteghe e case. A Battista toccò il negozio di alimentari in Via Roma, che vendeva anche generi di monopolio, oltre all’appartamento al piano superiore; ad Augusto l’osteria nuova, in Via Battisti, con relativa abitazione; a Gianni il negozietto di Frutta e Verdura con la casa dell’originaria osterietta, qui teneva anche la sua fedele cavalla “Lola”; a Bruno il bar e tabacchi, in Via Roma, con l’appartamento al piano superiore. Battista, che aveva un’ottima voce da tenore, aveva studiato a Venezia con Mario Del Monaco, vincendo anche un concorso per cantante lirico. Aveva inciso anche dei dischi, ma preferì la bottega alla celebrità artistica. Nel 1956 aveva avuto modo di esibirsi anche in una trasmissione radiofonica registrata dalla R.A.I La casetta già occupata da “Nane”, dove fu avviata la prima attività, non esiste più. Sussiste però in una tavola ad olio del 1964, del pittore Berto Rossato, che riprende anche la parrocchiale di Paese, circondata dal cimitero mentre, la colonna della Madonna Incoronata, appare ancora sul sito primitivo. In primo piano il mezzobusto del precursore, con il suo “mostacio”.

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