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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Gabbin (“Gabìni”)

gabbinAndava a questuare un po’ di frumento in giro per le famiglie per ricavare il necessario ad organizzare la sagra di Villa, soprattutto per i fuochi artificiali. Angelo Gabbin (1911-1989), uomo socievole ed altruista, fin dall’immediato secondo dopoguerra, era l’anima di quest’annuale manifestazione della prima domenica di settembre. Era figlio di Andrea-Angelo (1865) e di Caterina Colusso, che avevano messo al mondo una quindicina di successori, anche se alcuni non ebbero le risorse necessarie a sopravvivere all’indigenza e alle malattie. Di questi, quattro emigrarono in Argentina nel periodo post-bellico della Grande Guerra. Eliseo (1899), che era stato al fronte come “Ragazzo del “99, fu il primo ad imbarcarsi; Teodato lo seguì prestissimo, dopo essersi accasato con una di S. Cristina di Quinto; Antonio e Giuseppe raggiunsero presto i due fratelli, sposandosi con due argentine. Iginio (1901-77) detto Gino, Francesco (1903) detto Chechi e Angelo rimasero nella casa paterna in Via delle Levade a Paese (Treviso - Italia), sposandosi rispettivamente con Iolanda Vedelago (“Crièa”), Clelia Favero (“Castaldoni”) e Augusta Netto (1920), da S. Luca di Padernello. Originaria di Padernello, la famiglia Gabbin arrivò a Paese intorno al 1800, con Valentino figlio di Giovanni, sposato ad Ipolita Callegaro da Padernello. Da questi nacque un altro Giovanni (1835), al quale era stato attribuito il nome del nonno. Giovanni certamente non era figlio unico perché si ha riscontro di un fratello, Andrea (1841) di Valentino. La casa colonica occupata da Gabbin, con annessi diciassette campi di terra, era dell’Ospedale di Treviso. Per metà quest’immobile era adibito ad abitazione, l’altra metà a stalla e fienile. Disponevano, al piano terra, di una gran cucina con "larìn" (focolare in pietra), la cantina e due camere; al primo piano c’erano altre tre stanze da letto; nel secondo il granaio. L’acqua potabile era pescata nel pozzo davanti casa che era utile anche alle famiglie del vicinato. Nelle belle giornate attorno al pozzo sedevano gli anziani, quasi ad aggrapparsi a quel bene che era essenza di vita, rievocando storie passate e antichi volti. Angelo Gabbin, durante la Seconda Guerra Mondiale fu fatto prigioniero degli ex alleati tedeschi e deportato in Germania. Vi rimase un paio d’anni, lavorando per loro in un zuccherificio. Riabbracciò i suoi cari nel 1945, rimettendosi a lavorare la terra, un lavoro defatigante, ma che era la libertà e la vita ed offriva anche parecchie soddisfazioni, apprezzate particolarmente da chi come lui era reduce dalla prigionia. Come in tante abitazioni anche dai Gabìni, che negli anni Cinquanta erano in ventidue, i figli maschi dormivano nei granai, le camere erano riservate alle donne con i bambini da svezzare. A fianco dei letti erano appese delle pilette in ceramica dove si metteva l’acqua santa prelevata in chiesa. Prima di coricarsi si dicevano le orazioni, facendosi il segno della Croce. Fin dal 1946 Angelo Gabbin fu il patron della Sagra di Villa (sobborgo di Paese), che si teneva - come tuttora - la prima domenica di settembre, in onore della Beata Vergine, attorno alla locale chiesetta, costruita dal doge Loredan. Una testimonianza in proposito emerge in un servizio, apparso nel quotidiano “Il Gazzettino” giovedì 6 Settembre 1956 in cronaca di Paese, titolato: “Festa della Madonna e sagra di Villa”. L’Ente provinciale del Turismo di Treviso, presieduto dal co. Agostini e diretto dal dott. Giuseppe Mazzotti, ha potuto individuare, sulla scorta di due magnifiche incisioni del Guardi, esistenti a Londra, il luogo esatto dove sorgevano a Villa di Villa le due antiche ville dei Conti Loredan, purtroppo distrutte. La identificata posizione non è in perfetta corrispondenza con l’opinione dell’avv. De Pellegrini Dai Coi, attuale proprietario della Villa e della chiesetta dedicata alla Beata Vergine. Questa, attuale ed integra, doveva pur sorgere a lato di una delle ville, non ritenendosi possibile né giustificata la sua costruzione in altra zona e precisamente contigua al vecchio deposito frumentario dei Loredan, che venne poi (nel 1778) trasformato in leggiadra residenza di campagna dai nuovi proprietari marchesi De Canonicis. D’altronde, ammenoché le ville dei Loredan non fossero tre, anche le mappe antiche che il De Pellegrini consegnò all’E.P.T. di Treviso per la storica Mostra, risulta una grande Villa Loredan cinquecentesca con la fronte rivolta alla Castellana, colle sue foresterie laterali, delle quali durante i lavori di sterro, i De Pellegrini rintracciarono, anni fa, larghe e possenti fondazioni. Angelo Gabbin per la buona riuscita della sagra ci metteva una grande passione, con gli amici Giuseppe Crosato e Gino Pinarello.

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