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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Gabbin ("Scarpèri")

gabbinscarpaErano state sui piedi di quel sudtirolese originario da Stilfs, scivolato sotto la ruota del carrettone e morto di lì a poco nell’osteria - Stefan Jaufner si chiamava - calzature di legno di buona fattura, zoccoli con la punta risvoltata, così belli e da far invidia (cfr. vol. II – Fam. Mussato). Giovanni Battista Gabbin, dopo la sepoltura in quel gelido febbraio 1827, se li era portati a casa come ricordo, girandoseli e rigirandoseli con ammirazione: “Sono proprio ben fatti”, pensava, ma per superstizione non aveva avuto l’audacia d’indossarli e li aveva appesi ad un chiodo nella stalla. Giovanni era un buon cristiano e già gli pareva di aver fatto un’azione poco buona nell’essersi appropriato una cosa non sua, anche se appartenuta ad un morto senza eredi. Leggeva spesso le memorie della guida cristiana, un “libretto di divozione” pubblicato a Bassano nel 1824 dalla tipografia Remondini, regalatogli dai suoi genitori il giorno della Cresima. Ne aveva in mente una in particolare, che recitava così: “Vita breve, morte certa: del morire l’ora è incerta. Un’anima sola si ha: se si perde che sarà? Se perdi il tempo che adesso hai, alla morte non l’avrai. Dio ti vede, Dio ti giudicherà: o paradiso o inferno ti toccherà. Finisce tutto e finisce presto: l’eternità non finisce mai. La via del cielo è stretta: pochi camminan per essa, la via dell’inferno è larga: molti corron per quella. Se vuoi salvarti coi pochi, fa quello che fanno i pochi, e che vorrai aver fatto in morte”. Ancora lì, con un dito di polvere e pieni di ragnatele, li aveva trovati anni dopo, ancora giovanissimo, suo figlio Jijo Stochi, che li adocchiava con altrettanta meraviglia. Perché non provare a fabbricarne di simili? In fondo non doveva essere così difficile. La fame era una tiranna senza rivali e tanti suoi amici se li erano portati via la pellagra e un’infinità di malattie misteriose quanto letali. Egli non poteva permettersi nemmeno il lusso di un paio di zoccoli e spesso se ne andava scalzo, tanto che aveva fatto i duroni sulle piante dei piedi. “Proverò anch’io a costruirne un paio come questi”, aveva detto tra sé. E sottratto un po’ di tempo ogni giorno alla stalla e ai campi, di nascosto si mise ad intagliare un pezzo di gelso che il tempo e i tarli avevano amputato da un secolare tronco. Jijo Stochi, così era soprannominato Luigi Gabbin, divenne il precursore di una famiglia di calzolai, tanto da essere soprannominati Scarpèri. Un mestiere tramandato di padre in figlio per quattro generazioni in Padernello, frazione di Paese (Treviso), risalente agli albori dell’Ottocento. “Stòchi”, forse derivante da zoccoli coniugati con il rumore che producevano durante l’uso, era il soprannome di Luigi, che racchiudeva il significato della sua straordinaria professione, nella quale era un vero artista. Divideva questo mestiere con quello di contadino in località San Luca di Padernello. Luigi (1830-1907) si unì a Adriana Venturin. Al crepuscolo della sua esistenza, ne raccolse il testimone il figlio Giovanni Battista (1866-1938), che seppe imprimere una decisiva evoluzione all’attività di ciabattino tale che, per i compaesani, Scarpèri divenne più usato di Gabbin. Prima dei Gabbin c’era stato un altro calzolaio in Padernello: “1675 lì 17 Agosto. Zuanne da Padua scarper fù sepolto in codesto cemiterio essendo confessato et comunicato il 16 detto à Treviso in tempo dell’indulgenza. Habitava nella villa di Sala”. Gabbin: non sono molte le famiglie in Italia con questo cognome. Di certo trovano la loro origine nel Trevigiano dove tuttora sono maggiormente diffuse. Nel territorio di Paese, oltre a Padernello le troviamo nel capoluogo comunale (cfr. vol. I). Altre omonime, ma con una sola b sono ubicate più o meno nelle stesse località, trattandosi chiaramente di primordiali errori di trascrizione. A Paese figura anche Gabban: il 24 novembre 1757 Antonio figlio di Zuanne Bresolin sposava Pasqua figlia di Zuanne Gabban, “ambi di questa parrocchia” scriveva P. Gaetano di Santantonio, cappellano curato, ma a parte quest’atto non si sono trovate altre testimonianze su questo cognome. Gabbin potrebbe derivare dal più diffuso Garbin, un cognome ugualmente veneto, legato probabilmente al carattere garbato del capostipite, ma è pure possibile una connessione con il termine dialettale garbin (vento di libeccio). Pure in Padernello, già nel XVII secolo c’erano i Garbin, presenti ben prima dei Gabbin, anche se i due cognomi coabitarono nel Settecento. Dagli atti del primo libro dei morti custodito nella parrocchia di Padernello, primo foglio: “Adi 27 Marzo 1671. Margareta figlia de Zuanne Garbin et di Zuanna sua moglie morse di giorni quatordese et fù sepolta in codesto Cemiterio”. E più tardi: “11 Agosto 1719. Lucia figlia di Matteo Garbin morì e fu sepolta in questo cimiterio”. Nel tempo quindi, a Padernello, Garbin potrebbe aver perso la erre, acquistando in seguito una b. I capostipiti dei Gabbin di Padernello furono Francesco e Maria Durigon, genitori di Giuseppe (1727-1818) che sposò Santa Billio da Porcellengo…

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