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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Gasparetto (“Barlesón”)

gasparetto“Nel 1952 fummo liquidati con niente. Quell’anno, in otto mesi, il nostro pagliaio andò a fuoco due volte, poi, una notte, parte del tetto della casa crollò. Il messaggio era chiaro: dovevamo andarcene, dopo sessantun anni!”. A distanza di tanto tempo, Simeone Gasparetto, conosciuto come “Simon Barlesón”, rievoca così, ancora con una punta di amarezza, la triste vicenda della sua famiglia quando fu costretta a lasciare la casa colonica dei signori Florian-Guerra a Postioma, (frazione di Paese-Treviso, Italy), per essere ceduta ad un possidente di Maserada. Anche allora, in epoca di grandi valori di solidarietà, c’era chi aveva smarrito la coscienza per attaccamento al vile denaro e non si faceva scrupolo di buttare sulla strada ventisette persone, un intero nucleo familiare. Nel 1798, a Povegliano, veniva al mondo il bisnonno di Simeone: Lorenzo (1798-1875), figlio di Giovanni e di Lucia Benetton. Sposatosi a Maria Biasin (1803-1842) da Arcade, Lorenzo generò tre figli, tra cui Giovanni (1838-1918), che il 6 novembre 1891 arrivò in Postioma con poche masserizie, percorrendo tortuose strade di campagna, accompagnato dalla sua sposa, Caterina Dalla Pola (1837-1882), figlia di Matteo e di Maria Zanatta. “Barlesón” è il soprannome della famiglia Gasparetto, che risale ancora a quando abitavano in quel di Povegliano. Alle dipendenze della famiglia Florian, lavoravano la terra in cambio dell’alloggio nella casa colonica e di un quantitativo di raccolto da mera sopravvivenza, avevano, infatti, un accordo capestro: “misto a generis”. Ciò comportava la consegna quasi totale del ricavato al padrone, ma c’era poco da discutere, si doveva prendere o lasciare. In quella dependance di quasi trenta metri, che comprendeva il granaio, il fienile e le stalle, oltre a un grande porticato per ricovero degli attrezzi agricoli e dei carri, vennero al mondo sei discendenti, tra questi Lorenzo (1876-1956). Questi sposò Pasqua De Marchi (1883-1971) da Postioma, matrimonio coronato dall’arrivo di sette figli, trai quali Simeone (1912) che si sposò con Gemma Barbisan (1912-95) generando otto eredi. In quella casa erano arrivati ad abitare in ventisette. Avevano a disposizione una grande cucina, un enorme stanzone che in seguito divisero in due locali separati. Raccontavano i vecchi che un tempo, al posto di questi locali, ci fosse un grande porticato dove passava la strada. Vi sarebbe passato anche il Beato Enrico da Bolzano quando faceva lo spaccalegna e scendeva verso Treviso. Il pavimento della cucina era in terra battuta. Ogni anno veniva sostituito, togliendo la dura crosta con il piccone, poi si ripristinava prelevando della terra fresca dai campi, che veniva pestata e asciugata con il “fiorùme” (cascami del fieno), fino a farla diventare liscia. La casa rurale dei Florian-Guerra lambiva la statale Feltrina, prima che questa fosse raddrizzata ed allargata. All’incrocio con la vecchia Postumia esisteva un capitello, che fu abbattuto durante i lavori. L’incrocio così rifatto trasse in inganno anche il parroco di allora, don Giovanni Capoia, che fu travolto da un autocarro perdendo la vita. Quattro figli di Simon Barleson nacquero nella dipendenza dei Florian, prima di quel drammatico 1952. Nei ricordi di Simeone rivive la Filodrammatica dell’Azione Cattolica, quando lui stesso era uno degli interpreti. Le rappresentazioni si tenevano presso Villa Labia, a fianco della quale era stata costruita una sala con palcoscenico. Di giorno questi “teatranti-contadini”, rigorosamente soli maschi, lavoravano nei campi, di sera si esercitavano in questa sede. Erano chiamati a recitare anche nelle parrocchie vicine nelle ricorrenze del patrono. Nel 1933 Simon partì per il servizio militare, assegnato al corpo degli Artiglieri di Campagna a Conegliano. Ritornò a luglio 1934, con il grado di Caporal Maggiore. Negli anni precedenti alla leva aveva dovuto partecipare, a Paese, alle esercitazioni para-militari istituite dal fascismo. I giovani portavano il “fez”, il berretto tipico, che acquistavano per sei lire e che indossavano orgogliosamente. Nel 1939 Simeone fu richiamato e inviato a Villa Vicentina (Gorizia). Vi rimase alcuni mesi, intermezzati da una licenza agricola. Era questo un permesso concesso in tempo di semina o di raccolto a chi era indispensabile in famiglia per il lavoro dei campi. Nel 1940, salutati i suoi trepidanti consanguinei, partì per la guerra e destinato a Fiume, in Istria, allora regione italiana. Ma anche questa volta Simeone seppe trovare lo stratagemma per tornare temporaneamente a casa: voleva sposarsi. A casa, con cavallo e carretto andò a ritirare la dote della futura sposa a Porcellengo. Il suo futuro suocero non voleva acconsentire al matrimonio perché temeva che la figlia rimanesse presto vedova. Pochi mesi dopo fu inviato a combattere in Albania. In seguito Simeone si fece tre anni in Grecia, a Giannina con le truppe di presidio. Qui aveva incontrato anche i paesani Silvio Mattiazzi, Eugenio Pozzebon (“Pagoìn”) e Adriano Rossetto, che già erano lì da tempo. I primi due in quel paese ci rimisero la pelle, colpiti da bombe di mortaio sparate dai partigiani nascosti sulle montagne. Dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 furono fatti prigionieri dei tedeschi che li fecero camminare per trecento chilometri. Simon aveva addosso una fastidiosa febbre malarica e si sentiva particolarmente debole, ma superò la crisi. Si fecero quindi tre giorni chiusi nei vagoni bestiame, fino in Germania, attraverso la Bulgaria, l’Ungheria e l’Austria. Giunti a Bremenwald Simeone si sentiva fortunato perché era stato adibito allo svuotamento delle fognature, mentre i suoi compagni venivano impiegati per lavori ben più gravosi. Faceva un freddo cane, ma avevano addosso un cappotto sempre più puzzolente. Trainavano il carro-botte aggiogati alla stanga come fossero delle bestie. Il liquame veniva prelevato dalle baracche del campo di concentramento e riversato sui campi di torba che lo circondavano. In seguito fu trasferito ad Arburg, vicino ad Amburgo, frequentemente incendiata dal bombardamento alleato.

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