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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Girotto (“Buziòi”)

girottoQuesto storico ceppo di Porcellengo racchiude in sé l’emblematica vicenda del Nordest italico, in particolare dei trevigiani, che hanno saputo conquistarsi un posto rilevante nel mondo per la loro industriosità, divenuta modello e oggetto di studio, ma senza rinnegare il passato. Il 1898 vide l’impennarsi del prezzo dei cereali, a causa dell’ultima magrissima annata agricola causata dalla straordinaria siccità, cui si aggiunse il blocco delle importazioni di cereali dagli Stati Uniti in seguito alla guerra di Cuba. I contadini, per sopravvivere, dovettero consumare perfino le scorte conservate per la semina; una situazione che provocò anche dei tumulti. Nello stesso anno, a Porcellengo, veniva al mondo Girolamo Girotto, figlio di Bortolo, che occupava da fittavolo una casa colonica nuova, costruita nel 1896, ancora visibile in Via Francesco Baracca 35, distinguibile da due torreggianti camini. Il fabbricato conserva tuttora le sue linee originali, con porticato centrale; un tempo con le sue stalle e il nucleo abitativo, oltre al granaio utilizzato promiscuamente a magazzino di cereali e a camerata per i più giovani. Nella spaziosa cucina troneggiava il focolare, un gran camino con una catena che supportava la “calièra” (paiolo) da polenta. Questa dimora costituiva un osservatorio privilegiato sul paesaggio circostante, caratterizzato da una natura incontaminata che emanava un profumo d’erba e di fiori che non si è più sentito a causa del latente inquinamento. Da questa distanza, nelle giornate più limpide, il Montello e tutta la pedemontana, con le montagne più alte alle spalle si potevano toccare con mano: un mondo splendido in un’accorata povertà. Quarant’anni dopo il primo insediamento, il fabbricato ospitava venticinque persone, una famiglia patriarcale che era il riflesso di una civiltà nata dalla pratica del cattolicesimo, caratterizzata dalla pietà degli egoisti (i “signori”) e dalla solidarietà dei buoni cristiani. Una popolazione quella dei Buzioi obbligata a regole di buona convivenza; così, per esempio, si mangiava a turno, disponendo la cucina di un unico tavolo. Per primi si sedevano i bambini, poi gli adulti. Oltre a Girolamo, nella stessa casa abitavano altri sette figli di Bortolo che lavoravano di comune accordo ventuno campi di terra. A chi appartenessero originariamente quei beni non si è accertato, è sicuro invece che, all’inizio del secolo XX, il patrimonio fu ceduto ai Pellizzari, originari da Vazzola di Tezze, che risiedevano in Treviso. Proprietà dei Girotto era tuttavia la ventina di bestie che tenevano nella stalla e tutta l’attrezzatura agreste. Girolamo e Maria, in casa dei “Buzioi”, generarono undici figli nel periodo di vent’anni, tra cui Ermenegildo che emigrò in Belgio per fare il minatore. L’8 agosto 1956 scampò miracolosamente alla tragedia di Marcinelle, ovvero alla catastrofe che si abbattè improvvisa su coloro che, giorno per giorno, tra sacrifici incredibili cercavano di costruirsi un futuro migliore. Secondo la lista della miniera i morti furono 263, di cui 136 italiani. Ermenegildo, scampato per essersi cambiato di turno, preferì cercarsi un altro lavoro a Charleroi. Nel 1945 nacque Angelo che si coniugò con la compaesana Lidia Pozzebon (“Dami”) che abitava poco oltre la casa dei Buzioi verso Postioma; anche questi, nel 1967, intrapresero la via dell’emigrazione verso l’Oceania. Si racconta che, mentre mamma Maria dava alla luce questo figlio, ci fu un violento temporale, con vento e grandine che abbattè i raccolti e spezzò gli alberi da frutta, ciliegi e noci, oltre ai filari del vigneto. Alla vista di tanto disastro, la partoriente esclamò: “Signore, mi hai mandato un altro bimbo assieme a questo disastro, cosa darò da mangiare ai miei figli?”. Emblematica l’avventura migratoria di Pietro (1938), che aveva lasciato la casa paterna nel 1960 con 70.000 lire in tasca, dategli dalla mamma con centomila raccomandazioni. Giunto a Genova, ben conoscendo la situazione di quelli che restavano, ne restituì 50.000 al fratello che lo accompagnava all’imbarco. Dopo un mese, all’arrivo nella Terra dei Canguri, n’aveva in tasca ancora 5.000. Trovò ospitalità nella baracca di sua sorella che l’aveva preceduto e già dopo un’ora e mezza, tolti dalla valigia i suoi arnesi da muratore (cazzuola, martellina, piombo, metro, ecc.), era già al lavoro, a mettere mattone su mattone, non solo per costruire muri, ma soprattutto un nuovo avvenire. Nonostante la sola 3a elementare, ha saputo far fruttare bene i suoi talenti, tanto che quelle 5.000 lire sono diventate un impero, un patrimonio industriale che impiega 130 maestranze in due stabilimenti di prefabbricati edili a Melbourne e a Sidney, la “Paese Developments”, condotti ora dai quattro figli avuti da Maria Fantin da Postioma. Pietro Girotto è il tipico esempio della laboriosità dei trevigiani e del Nordest, considerata un modello in Italia e nel mondo. Il patrimonio già dei Pellizzari, nel 1967 fu trasferito definitivamente ai “Buzioi”, in parte come buonuscita e in parte acquistato. La casa, protetta dalla Soprintendenza ai Beni Ambientali ed Architettonici, riabbellita e ristrutturata, conserva le sua originale fisionomia. Quei due vistosi camini che la sovrastano stanno ancora a testimoniare della saldezza di una famiglia che, nonostante i tempi, non ha ancora perso il suo smalto.

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