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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Lorenzetto Giuseppe (“Casteàni”)

lorenzettogiuseppeUna sera d’autunno del 1916, nel cuore della Prima Guerra Mondiale, un Aviatik austriaco, sganciò due grossi ordigni sulla Statale Castellana nei pressi di Villa di Paese (Treviso-Italy), con il chiaro intento di impedire collegamenti di natura militare. Su quel tratto di strada c’erano poche abitazioni, una di queste era quella dei “Casteani. Gli ordigni sfiorarono l’abitazione esplodendo ai margini del cortile e provocando un grosso cratere che fece crollare il muro di ciotoli della facciata della casa. Nell’impenetrabile polverone, si alzarono grida concitate di persone che invocavano aiuto e si chiamavano a vicenda. Nonna Maria Bresolin, che dormiva al primo piano, si trovò improvvisamente al pianoterra, coperta di calcinacci ma incolume. Si allontanò in vestaglia, verso i Maritan, che abitavano ad alcune centinaia di metri oltre gli Agnoletto, venendo aggredita dal loro cane lupo, che per poco non completò l’opera che non era riuscita al bombardiere austriaco. Maria Domenica-Filomena Bertelli, la nuora, strappò i due figlioletti, “Jijéto” e “Bepìn”, dalle culle e scappò precipitosamente da quell’inferno. Ci fu un gran trambusto finché arrivarono i soccorsi, compresi dei soldati. Uno di questi uscì poco dopo dalla casa con in braccio una bimba, dopo essere sceso non senza rischio per la scala disastrata. La bimba era “Virginia”, di pochi mesi, figlia di Maria Filomena. Passato il pericolo e anche la comprensibile paura, i membri della casa si radunarono e si contarono. Erano tutti presenti e, soprattutto, miracolosamente indenni, ma l’abitazione era inabitabile. Vennero ospitati dai Conti Pellegrini, in una dépendance di Villa “La Quiete”, in cambio di alcuni servizi, in sostanza la cura del giardino e delle stalle. Ancor poco prima di morire, Giuseppe Lorenzetto (1915-2004) rievocava quell’episodio che poteva costar caro a se stesso e alla famiglia. Una storia vera, tramandata dai suoi genitori perché allora era ancora un infante. Dai Pellegrini i Casteani rimasero sette anni. Di giorno tornavano nella loro proprietà e di notte rincasavano in villa. Dopo il bombardamento, a turno piantonavano le rovine della casa sinistrata, nel timore che dei malintenzionati rubassero loro i sassi del muro abbattuto. La casa fu ricostruita, ma lentamente, date le scarse possibilità economiche. Le bocche da sfamare erano numerose e la sussitenza derivava unicamente dai tre campi di terra di loro proprietà. Una svolta si ebbe quando Francesco Bertelli, fratello di Maria Domenica, che era emigrato in Canada, prestò ai Lorenzetto la somma di Lire 26.000, che restituirono nell’arco di un ventennio. Nel periodo di rifugiati dai Pellegrini, mentre la fame era una compagna fin troppo fedele, Giuseppe, da ragazzino, spesso guardava oltre la rete il frutteto dei blasonati signorotti, dove la frutta cadeva per terra marcendo, ma che non si poteva assolutamente toccare. Un tormento che riscattò da adulto quando coltivare alberi da frutta diventò la sua passione. Casteani, è il nomignolo che si portano ancor oggi i Lorenzetto, un ceppo insediato a Paese già nel XVII secolo. Nel 1745 nacque Osvaldo, che si sposò con Caterina Pulin. Così è riportato l’atto di nascita nel registro dell’epoca rinvenuto presso l’archivio parrocchiale di Paese: “10 Novembre 1745. Osvaldo figlio di Adamo Lorenzetto e di Lucia, jugali (coniugi), nato oggi nel levar del sole, fu battezzato da me don Antonio Vendramini cappellano, e tenuto al Sacro Fonte da Francesco Mattarucco di questa Parrocchia”. Adamo Lorenzetto e Lucia sono quindi i sicuri capostipiti di questa lunga genealogia. Da Osvaldo nacque Giovanni (1777) che, presa in sposa Domenica D’Ambrosi, generò Bernardo (1800), che si unì in matrimonio con la compaesana Angela Severin. Furono questi ultimi i progenitori della discendenza dei Lorenzetto-“Casteani”, che si diramò con i figli Osvaldo (1829) e Luigi (1835). Luigi era il capofila di questo ramo dei Casteani di Paese. Si sposò a Padernello il 25 Novembre 1857 con Maria Maddalena Bresolin di Domenico. L’amore dei due coniugi diede vita a una dozzina di discendenti, tra i quali Domenico (1863), e Bernardo (1870). Nella vecchia casa dei Lorenzetto-Casteàni rimasero infine le famiglie di Domenico e di Bernardo, che l’avevano riscattata emigrando in Germania, a spalare carbone dai vagoni ferroviari provenienti dalle miniere. Divenuti proprietari, si spartirono gli oneri e i magri ricavi del lavoro agreste, ma ognuno volle mantenere la propria autonomia, dividendo la casa in due porzioni, e perfino il cortile con una rete metallica. Primogenito di Domenico era Padre Luigi (1913-90), missionario nell’Ordine della Consolata. Fin da piccolo coltivava il proposito di farsi prete, osteggiato dal padre che non voleva proprio rassegnarsi a perdere il figlio maggiore, cioè colui nel quale aveva riposto le attese maggiori di aiuto in famiglia. “Se vai missionario, ti mangeranno le belve”, gli diceva. Ma più insisteva e più Luigi era determinato nel suo proposito. Domenico, a malincuore cedette alla richiesta del figlio e piangendo lo accompagnò alla stazione di Castagnole sul carretto trainato dall’asina. Il distacco dal figlio che con una misera valigetta di vestiario se n’andava a studiare in seminario a Pederobba fu particolarmente doloroso…

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