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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Lorenzetto (“Schiesèr”)

lorenzettoschieSono numerose a Paese (Treviso - Italy) le famiglie Lorenzetto, la maggior soprannominate "Castellani", altre “Schieser”. È il caso della famiglia di Giovanni Battista (1814) di Angelo. Questi era unito a Graziosa Zanon. S'erano sposati nel 1844. Dalla loro unione nacque Giobatta (1845) che nel 1868 sposò Maria (1849) figlia di Giuseppe D'Alessi. Giobatta faceva lo stradino ed aveva in carico la manutenzione del lungo tratto di Postumia, allora strada provinciale, che interessava il territorio di Paese. Questa arteria era ancora senza asfalto e aveva un percorso tortuoso, rettificato solo nel secolo seguente, ai margini c'erano due larghi fossati. La sua giurisdizione andava fino al confine con il comune di Treviso che, a quei tempi, arrivava fino alla casa dei Bon. Attività che, in seguito, trasferì ai due figli Antonio e Giuseppe, i quali divisero il percorso in due segmenti: al primo, il tratto verso Castelfranco, al secondo quello verso Treviso. Oltre a ciò, i Lorenzetto, grazie anche all'apporto bracciantile degli altri figli di Giobatta, svolgevano una discreta attività agricola, parte per loro conto e parte per la famiglia Quaglia, pur rimanendo loro compito principale quello di stradini. Primogenita era Teresa (1869); seguirono: Cecilia-Maria e Maria-Luigia (1871), gemelle morte in tenera età; Angelo-Maria (1875); Cecilia-Maria (1878); Giacinto-Maria (1880), che si sposò con Antonia Franchin da Monigo; Luigia-Maria (1883); Giovanni-Antonio (1885) che unitosi a Candida Luigia Pivato generò tredici figli; Giuseppe-Maria (1887); Giuseppe (1889-1924) che, presa in sposa Rosa-Maria Barbisan (“Bineti”, 1891-1974), ebbe cinque figli, due maschi e tre femmine. Di questi troviamo: Zefferino-Eugenio (1916); Luigia Maria (1913); Zeffirino-Giacinto (1919); Assunta-Amelia (1920), suora francescana; Giuseppe (1924), unito a Francesca Libralesso (1930) da Peseggia. Quest'ultimo non conobbe mai suo padre, morto di broncopolmonite quando non era ancora venuto al mondo, per questo porta il suo nome. Angelo, con il suo portamento prestante, era corazziere in Casa Reale a Roma; sposatosi con una nobildonna romana, in segreto perché non di sangue nobile, generò due figlie. In seguito, lasciata la famiglia, ricco e solo, si ristabilì a Paese. Morì nella casa di ricovero "Umberto I" di Treviso. Giacinto perse la vita per l'esplosione di un residuato bellico che aveva urtato accidentalmente falciando il fieno. Cecilia si accasò in Visentin ("Mòmi") da Sovernigo, abitando nella casa colonica di Panizza, in seguito occupata da Schiavinato. Maria si unì in matrimonio a Giuseppe Bellio da Treforni. Gli Schiesèr, per la loro attività di stradini e per la strategica ubicazione, costituivano per i viandanti un punto di riferimento, soprattutto per il pernottamento. La loro casa, di tipo colonico-rurale, era divenuta una specie d'ostello-rifugio. Gli ospiti dormivano sotto il capiente porticato o nel fienile adiacente. Da un caratteristico e generoso pozzo, sotto un pergolato, con l'acqua davvero limpida e pura, si poteva recuperare le forze perdute durante il viaggio…

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