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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Lucchese ("Canèo")

luccheseSoprannominata prima “Fighèr” e poi "Canèo" per il loro negozio di spezie, la famiglia Lucchese, fin dagli inizi del 1800 era al centro del ristrettissimo e pur indispensabile commercio di Sovernigo, per la rivendita di generi alimentari. A raccontarci la storia della sua famiglia è Federico, classe 1935, che abita in Viale Panizza a Paese (Treviso - Italia). Federico era anche il nome del nonno, nato nel 1866 e morto di peritonite nel 1924, all'età di 58 anni, dopo aver ingerito dell'olio di ricino. Era sposato a Filomena Carniato da Monigo, dalla quale ebbe sette figli: Rosa, Casimiro, Emma, Leonilde, Noelly, Leone e Giovanni, padre del nostro interlocutore. Ma la genealogia dei Lucchese trasporta fino alla metà del diciottesimo secolo. Il capostipite, apparso per primo in Sovernigo, era Zuanne (Giovanni), che s’era invaghito di Maria Vendramin, riuscendo a portarsela all’altare. Dai due venne al mondo Lorenzo (1768) che si sposò con Angela De Marchi (“Scalabri”), dai quali derivò Giobatta (1801). Questi si unì a Catterina Favero che gli diede Luigi (1822), che si ammogliò a Teresa Vendramin. Erano questi i genitori di Federico Antonio detto “Fighèr”. Un nomignolo forse attribuito perché a quel tempo uno dei generi alimentari più comuni erano i fichi secchi Ma il "casolìn" dei Canèo trova origine dal bisnonno Luigi, detto "Osta", chiamato così perché gestiva anche una piccola osteria in Via 24 Maggio, nel caseggiato a fianco della chiesetta di Sovernigo. A dare impulso all'attività fu soprattutto Giovanni (1902-1969), che nel 1939 spostò e poi ampliò la bottega dove prima sorgeva la casetta e la stalla di Paolo Cancian. Giovanni era sposato ad Iside Venturin (1910), che gli diede cinque figli: Federico, Noelly, Emma, Gianfranco e Mario. Giovanni e Iside erano persone stimate e generose, con valori di solidarietà che travalicavano gli interessi commerciali. Erano sempre pronti ad andare incontro a chi si trovava in difficoltà e le occasioni non mancavano di certo. Nella loro osteria fece la prima apparizione a Paese il primo televisore. Erano gli albori della seconda metà del secolo. Nel pomeriggio, quando iniziavano i programmi, il locale si riempiva di bambini. Le trasmissioni riprendevano con il telegiornale serale, seguito da “Carosello” (la pubblicità) e da programmi d’intrattenimento, quali “Lascia o raddoppia?”, condotto da Mike Buongiorno. Questa trasmissione era andata in onda per la prima volta il 26 Novembre 1955 scatenando subito uno strabiliante successo. Pur di accaparrarsi il posto, qualcuno arrivava in osteria con largo anticipo, ma dopo “Carosello” i bambini venivano mandati a letto. Di soldi non ne circolavano, per questo la maggior parte delle persone guardava le trasmissioni televisive da Canéo senza mai consumare niente. Gli acquisti dei generi alimentari erano segnati su un libretto. Il saldo avveniva in occasione della vendita del vitellino, dei bossoli o del raccolto. Più di qualcuno raccontava le sue difficoltà per giustificare la scarsa disponibilità di mezzi. E non era raro che, per particolari situazioni d'indigenza, Giovanni Canèo tirasse una bella croce sopra. In mancanza di soldi si barattavano i generi con le uova. Spesso si attendeva con ansia che la gallina cantasse per tirare un sospiro di sollievo. Anche una sigaretta valeva un uovo di gallina. L'olio era acquistato in misure (decilitri). Ogni famiglia aveva la sua bottiglietta bisunta, tappata con un tutolo. Nulla era superfluo e si litigava per un vaso di sgombro dov’era rimasto solo un po' d'olio rancido, ma che andava bene per cena. Alla morte del padre, il negozio di generi alimentari e l'osteria continuarono per volontà dei figli Federico e Mario. Ma il ricordo di Giovanni Canèo è ancora più vivo che mai a Sovernigo, soprattutto fra i non più giovani. E più di qualcuno in cuor suo gli porta - e gli deve! - tanta riconoscenza.

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