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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Maloku

malokuOriginaria di Durazzo (Albania), la famiglia Maloku è insediata in Paese (Treviso - Italy) dal 1991. A mettere piede per primo sul suolo italiano è stato Xhavit (Vito, 1959), in seguito alla disgregazione dell’Albania, piombata nella guerra civile dopo la caduta del regime stalinista di Enver Hoxha, che aveva governato la nazione con pugno di ferro dalla fine della seconda guerra mondiale fino al 1985, anno della sua morte. Da allora l’Albania sembrò non sopportare più la cosiddetta “dittatura del proletariato” ed iniziò cautamente una lenta apertura all’Occidente. Imbarcatosi il 6 marzo 1991 e attraversato l’Adriatico con seimila concittadini, Vito Maloku sbarcò a Brindisi. Fu quello il primo di una sequela di sbarchi che si protrarranno per lungo tempo. Ma la Puglia era ancora impreparata ad accogliere la prima improvvisa invasione di tanti disperati, i quali dopo essere stati ospitati per quattro giorni in una scuola, furono dislocati in altre regioni. Vito giunse così a Paese, assieme ad un amico poi dileguatosi, ospite del Comune in una casa in Via Treforni, che i ragazzi dell’Agesci avevanomesso in ordine e riadattato per l’occasione. A Durazzo rimaneva la sua famiglia, la moglie Majlinda Sheganaku (1965) e la figlia Ornela (1988), ma davanti a loro si spalancava la speranza di un avvenire migliore. Vito è figlio del capitano di marina Fadil (1923) e di Aishie (1926-98). I nonni si chiamavano Noredin (1877-1933), muratore alle dipendenze dello Stato, e Xhemile, deceduta ancora giovanissima, forse di parto. Loro primogenito, zio di Vito, era Bairam (1913-82). La famiglia abitava in centro a Durazzo, svolgendo lavori per conto dello Stato, a stipendio fisso perché tutto era nazionalizzato, compresa la terra e nessun albanese possedeva nulla di suo. Tuttavia loro riuscivano a cavarsela con qualche espediente, soprattutto grazie a Fadil, comandante di navi mercantili. Il “Capitano”, così è tuttora chiamato a Durazzo il padre di Vito, grazie a questa privilegiata attività riusciva a cavarsela discretamente eludendo i controlli del regime. Fadil girava il mondo trasportando minerali provenienti dalle miniere albanesi. Frequenti erano i suoi viaggi in Italia dove poté farsi molte amicizie visto che parlava benissimo l’italiano. Ma se a lui la vita riservava qualche diversivo, non altrettanto succedeva nel Paese dell’aquila bicipite dove i contadini, braccianti, sopravvivevano di sola polenta, non possedendo proprio nulla perché, anche potendo permetterselo, era assolutamente proibito. Producevano tutti per la Comune, lavorando “a norma”, cioè con contratti finalizzati. Non potevano allevare per sé nessun animale, nemmeno una gallina. Regnavano la miseria e la fame più nera. In città si stava un po’ meglio perché si lavorava nelle fabbriche, ma lo stipendio fisso, anche se misero, era comunque assicurato. Evidente il degrado dei servizi, tutto era in rovina. In compenso il regime aveva sciupato enormi risorse per costruire un’infinità di bunker lungo tutta la costa, per fronteggiare un fantomatico nemico che avrebbe dovuto invadere l’Albania perché invidioso del loro stato modello. La propaganda del regime infatti diffondeva la notizia che nessuna nazione era evoluta come la loro. Ma al porto, frotte di bambini, attendevano l’attracco delle navi per chiedere qualche monetina, disponibili a tuffarsi fin sul fondale di sei metri per raccoglierle. L’informazione era monopolizzata dal regime, era tassativamente proibito ascoltare trasmissioni radiofoniche o televisive straniere: una tragressione punibile con il carcere. Ma i Maloku, di notte, servendosi di due piccole carrucole, riuscivano ad alzare l’antenna per captare i programmi della Rai. Preventivamente però uscivano per accertarsi che non ci fossero gendarmi né altre persone nei paraggi. Pur in assenza poliziotti era necessario guardarsi dai vicini di casa. In questa infausta situazione, nel 1991, Xhavit riuscì a raggiungere la costa italiana e a rifarsi una vita. Era disposto a qualsiasi sacrificio pur di lavorare. Già pochi giorni dopo il suo arrivo a Spilimbergo aveva trovato lavoro a Mestre (Venezia). Si alzava alle prime luci dell’alba per recarsi alla stazione di Casarsa della Delizia a prendere il treno. Rientrava alle undici di sera, ma non trovava nessuno ad aspettarlo e nemmeno nulla di caldo da mettere tra i denti. Lo confortava tuttavia la possibilità di guadagnare il giusto per la sua famiglia. A Durazzo, Vito era stato operaio specializzato in un’azienda statale, dove si riparavano elettrodomestici, soprattutto frigoriferi. Dopo la rivoluzione molte aziende chiudevano i battenti lasciando senza stipendio le maestranze che vivevano di un magrissimo ma sicuro salario. Molti giovani erano già scappati, di notte, varcando la frontiera o imbarcandosi su motobarche compiacenti, con la conseguenza che i loro parenti venivano immancabilmente incarcerati. Nel novembre 1992, dopo un anno e mezzo dallo sbarco, finalmente Vito poté farsi raggiungere a Paese da moglie e figlia. Nel frattempo aveva trovato un lavoro presso una ditta di condizionatori industriali. Nel 2000 decise di mettersi in proprio artigianalmente nell’installazione e manutenzione di condizionatori e caldaie. Si era così realizzato un sogno, sopravvissuto alle imposizioni del regime albanese che impediva ogni libera iniziativa. Xhavit fu quindi il primo albanese a mettere piede in Paese, dove ha trovato buona accoglienza. La famiglia Maloku ha comunque saputo ricambiare questi sentimenti, tanto che si può additare a esempio di ottima integrazione. Anche se lentamente, l’Albania sembra ora avviata verso un futuro migliore, ma la famiglia Maloku non pensa di ritornarvi perché a Paese hanno iniziato veramente a vivere. Perfino il capitano Fadil passa lunghi periodi qui dove sono i suoi affetti. Facile incontrarlo nella pizza principale mentre racconta le sue turbolenti esperienze. Vicende di un passato che sembra non appartenergli più.

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