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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Mardegan ("Mardegani")

mardeganGiuseppe Mardegan, nell’autunno del 1930, stava travasando il vino nel casello dell’attuale Via Verdi dove abitava, quando sentì il fischio del treno che si avvicinava sbuffando e sferragliando. Mollò tutto per correre a disporre i cavalletti di traverso alla strada – lo faceva sedici volte al giorno – e bloccare il poco traffico. Ma il vino non si fermò ad aspettarlo, guadagnava tranquillamente l’uscio di casa. Giuseppe-Vittorio, nato nel 1883, era figlio di Antonio (1859-1920) e di Cecilia Carniato, marito di Giuseppina Bresolin (1892-1976) e padre di 12 figli, a quattro dei quali tramandò il suo mestiere. Prima di portarsi a Treviso, prestava servizio alla stazione di Paese, abitando nel casello adiacente fin dal 1920. Prima ancora risiedeva nella casa colonica della famiglia Quaglia, dove teneva una mucca e lavorava due campi di terra. Ferroviere, un’occupazione privilegiata, che assicurava un certo benessere, grazie anche all’assegno che il regime passava ai nuclei con almeno sette figli. Lo Stato allora incentivava le nascite, per questo Giuseppina ricevette il diploma di medaglia d’onore, nel XVIII anno dell’Era Fascista. L’assegno statale di lire 50.000 e lo stipendio da ferroviere permettevano cibo sufficiente e anche qualche risparmio, tanto che Giuseppe poté permettersi la prima bicicletta, una “Bianchi”, che circolò per Paese. Acquistava ogni giorno il giornale e per questo era considerato un istruito. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1940, i Mardegàn ritornarono nella vecchia casa padronale dei Quaglia, per metà occupata dalla famiglia Bellio (“Martini”). Le due famiglie contavano insieme una cinquantina di persone. Da soli, i Mardegan, ogni mese consumavano sette bottiglioni di olio. Le origini della famiglia sono riconducibili ai primissimi anni del 1700. Il capostipite si chiamava Battista ed era coniugato a Brondin Maddalena, spentasi nel 1809 alla bell’età di anni cento. Discendenti in linea retta furono: Francesco, sposato con Angela Barbier; Domenico (1771), unito a Rossato Catarina; quindi Giobatta (1796) e un altro Domenico (1825), coniugato a Pasqua Grespan, per giungere ad Antonio, padre del ferroviere Giuseppe. Da Giuseppe e Giuseppina Bresolin nacquero Casimiro, Antonio, Orlando, Emilio, Cecilia e Maria. Orlando (1923), stanco dei continui furti di galline, un giorno costruì una specie di antifurto, che prevedeva una mazza di ferro incombente sul cancelletto del pollaio, posizionata in modo che, all’apertura, cadesse su un pezzo di rotaia, sotto cui era accuratamente sistemato un pizzico di potassa. Il collaudo non lo fecero i ladri, ma l’ignara mamma quando si recò a dar da mangiare agli animali. La potassa provocò un tale scoppio che impaurì la donna, ma anche le galline che svolazzarono oltre il recinto. Casimiro (1918), nel tempo libero da ferroviere, andava per le sagre a vendere “caraboi”, in società con Giacomo Morellato, detto Méto. La famiglia di Giuseppe godeva di benefici riservati ai ferrovieri, quali i viaggi gratuiti in treno. I Mardegan girarono per l’Italia, recandosi a Roma, a Littoria, a Milano, con appresso la scorta di cibarie, finite le quali invertivano l’itinerario. Nel tempo, la famiglia Mardegan ha conosciuto un enorme progresso. Fra i suoi membri, oltre che una tradizione di ferrovieri, si sono fatti strada anche tre fratelli medici condotti. Ma è una compagine anche impegnata nel sociale tanto da dare due sindaci al comune di Paese. Ora la vecchia casa di Via Verdi, dove un tempo risiedeva la famiglia di Giuseppe, non esiste più. Rivive tuttavia nelle tradizioni, nei valori e nella memoria di chi non vuol lasciar dissecare le proprie radici.

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