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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Mattarollo ("Bèji")

mattarolloRitornava quasi tutti gli anni dal Venezuela che l’ha accolta nel lontano 1956: Annamaria Mattarollo, chiamata “la Venezuelana”, non aveva mai staccato il cordone ombelicale con il passato, in particolare con le radici paesane. Annamaria (1931-2007) era la terzogenita dei cinque eredi di Elia Virginio (1889-1966) e di Annunziata Zanatta (1898-1973), figlia di Giovanni “Maiùna” da Paese, uniti in matrimonio nel 1925. Il nonno Eugenio (1862), figlio di Giobatta, era unito a Anna Facchinello (1862) da Villanova d’Istrana. Eugenio faceva il fabbro; ferrava equini e costruiva arnesi agricoli di tutti i tipi, dai cerchioni per le ruote dei carri e delle botti alle vanghe, zappe, badili e forche, ma anche bartoèle (cerniere per finestre e balconi), caenàssi (catenacci) e inferriate; fu precursore, per il suo ramo, di un mestiere tramandato poi al figlio Elia. Operava in un’officina oltre la stradina d’ingresso all’abitazione, dove teneva la forgia a carbone, una grossa incudine e un mantice a manovella, oltre a martelli, seghetti e tenaglie. Sul muro c’erano degli anelli di ferro dove venivano legati i quadrupedi dei clienti. Eugenio “Bejo” in casa era attorniato da belle donne: la mamma, la moglie, ma anche le sorelle, tutte donne particolarmente affascinanti, da ciò il nomignolo di “Beji” (Belli). Quando poi una sorella andò sposa in D’Ambrosi, questi furono subito soprannominati “Bejòli”. È accertato che si tratta di uno dei rami dei Mattarollo di Via Pellegrini, insediati in Paese fin dalla metà del XVII secolo. Da dove provengano non si sa. Il capostipite si chiamava Gian Antonio (1660 ca.), padre di Giobatta (1699-1778), che generò Giannantonio, marito di Maria Biscaro. Furono questi genitori di Basilio (1770-1854), che sposò Zammaria D’Alessi. Da Basilio derivò ancora Giannantonio (1798) che si sposò due volte. In prime nozze si congiunse a Candida Fagiano di Valentino, mamma di Giobatta (1819) che convolò a nozze nel 1843 con Maria Luigia Cavasin (1820), di Gioachino. Erano questi i genitori di nonno Eugenio (1862), tenuto al fonte battesimale da Antonio Modesto. Era la generazione del periodo del Romanticismo, che in letteratura fu introdotto da Alessandro Manzoni, rendendo comprensibile e popolare la narrazione in lingua italiana. Nel 1819, anno di nascita di Giobatta Mattarollo, capostipite dei Beji, la Regia Cancelleria Distrettuale di Treviso inviava al parroco di Paese, don Pietro Checchin (1804-36), l’avviso che segue: “Consta a questa R.a Cancelleria che alcuni venditori di frutta del Comune di Paese si fanno lecito di piantarsi fuori del cimitero della chiesa della suddetta Parrocchia colle loro ceste, o corbe, durante il tempo delle sacre funzioni ecclesiastiche, e che temerariamente hanno rifiutato di allontanarsi, ad onta delle insinuazioni ed ordini della Locale Autorità. Trovando la R.a Cancelleria indecente in qualunque momento la stazione (sosta) dei venditori suddetti, perché in troppa vicinanza al Tempio Divino, e segnatamente poi incomoda ed irriverente nel tempo delle Sacre Funzioni, giacché distrae li ricorrenti al Sacro Tempio da quella divozione e raccoglimento che devono accompagnare le loro preci, prescrive quanto segue: È proibito a chiunque di piantarsi con qualsiasi oggetto di smercio o di giuoco in prossimità alla Chiesa, od al Cimitero, segnatamente nelle ore dedicate al Divin Culto. Chiunque contravverrà a questa disposizione sarà punito per la prima volta coll’asporto del genere esposto alla vendita, ed in caso di recidività, sarà provveduto a termini delle veglianti leggi contro i trasgressori delle superiori disposizioni...”. I Béji abitavano in Via Calmorgana, ora Via Ugo Foscolo, laterale di Via Breda, nella borgata di Villa, in una piccola casa di campagna del senatore Clemente Pellegrini, la cui villa distava poche centinaia di metri. Era un’abitazione di poche stanze, perché la maggior parte del fabbricato includeva la stalla con una mucca e un’asina, un porticato per gli arnesi agricoli, il fienile e il granaio. Avevano in carico due ettari di terreno agricolo, lavoro che nonno Eugenio alternava a quello di fabbro ferraio. Eugenio e Anna si sposarono ad Istrana nel Carnevale 1886. Fu un matrimonio fecondato dall’arrivo di nove figli, anche se solo sei sopravvissero, trai quali c’era Elia Virginio (1889), nato nell’anno in cui a Parigi s'inaugurava la Tour Eiffel. Maupassant la definiva una "bruttura di ferro". All’età di quattordici anni, Elia raggiunse la sorella Rita in Argentina, rimanendovi per sette anni. Fu in quella terra che mise in atto il mestiere di fabbro, appreso dal padre e tramandato da generazioni di consanguinei, costruendo attrezzi agricoli per la fattoria. Tornato in patria, dopo qualche tempo emigrò in Canada, nell’Ontario, a S. Caterina Thorold, sobborgo di Toronto. Era partito da Le Havre il 13 Ottobre 1913 alla volta di New York, con la motonave Rochambeau. Aveva allora ventitrè anni; con lui altri ventotto connazionali e un tedesco. Trovò lavoro come meccanico in una compagnia ferroviaria, un mestiere, soprattutto una passione che lo accompagnerà per tutta la vita con quell’intraprendenza che tutti gli riconoscevano, fino a diventare una vera arte. A Toronto prendeva ogni giorno il vapore per recarsi al lavoro, ma a volte succedeva che questo fosse in ritardo facendogli perdere la giornata. Ciò lo indusse a mettere in azione la sua perspicacia, costruendo una idrociclo, una normale bicicletta che andava sull’acqua come un moderno pedalò…

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