presentazionelibro

Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

Puoi acquistare Il selvaggio del Lagorai su Amazon e Playstore

Compra su Amazon

Compra su Play Store

 

Leggi le recensioni

Recensione vita del popoloRecensione Famiglia Cristiana

 

Milanese (“Priàmi”)

milanese“Il 10 8bre 1805 fu contratto Matrimonio per verba de presenti tra Domenico figlio di Pietro Milanese oriundo da Musan e Maria (nata il 16 dicembre 1775) figlia di Pietro Miotto, di questa cura ambedue. Testimoni Angelo e Alessio figli di Pier Antonio d’Alessi.” Fu quindi Pietro (1750 ca.), figlio di Francesco, l’antesignano dei Milanese che per primo, probabilmente intorno al 1770, piantò le sue radici in Paese (Treviso – Italia), ottenendo ospitalità dal parroco nell’ex casa canonica, lungo la “Stradèla del Piovan”, tuttora ben piantata nell’attuale Strada del Cimitero. Milanese, un cognome probabilmente attribuito per le origini lombarde. A Paese i Milanese furono soprannominati “Priàmi”, forse perché prima di loro in quell’edificio c’era la famiglia Priamo. Dal matrimonio dei coniugi Domenico Milanese e Domenica Maria Miotto nacquero cinque figli: Pietro Martino (1806), Anna (1809), Giobatta (1812), Lorenzo (1816), e Cipriano (1819). A dare nuovo impulso alla famiglia furono poi Pietro e Lorenzo, il primo si unì a Giovanna De Marchi (1810), l’altro a Teresa Genovese (1818). All’arrivo dei Milanese-“Priàmi” il palazzo era ancora adibito a deposito di granaglie, frutto del quartese che i contadini versavano al parroco. Il muro del granaio, al terzo piano, si presentava scarabocchiato dalle annotazioni a carboncino tenute dal fiduciario della Chiesa locale: c’era in sostanza una serie di nomi con relative pesature. Accanto al “granèr” c’era una stanzetta detta “dei colombi”, scelta dai volatili per il nido, alla quale accedevano da una finestrella ogivale. Costanza (1829), Giovanni (1834-1909), Cipriano (1836), Domenico (1839), Maria (1841), Antonia (1843) e Costanza (1846) furono i discendenti di Pietro Martino e Giovanna De Marchi. Giovanni, canonico e decano del capitolo, fu un illustre personaggio della Chiesa Trevigiana. Per un quarantennio insegnò nel Seminario diocesano di Treviso, di cui fu anche prefetto, evidenziando doti intellettive non comuni e spiccate qualità umane. Era un ricercato critico d’arte sacra e profana, qualità emergente dai numerosi saggi, pubblicazioni e monografie d’artisti contemporanei che ha lasciato. Domenico, il quarto figlio di Pietro Martino si era unito in matrimonio con Luigia Miotto (1849) dei “Tesón”, che diventò mamma di sei consanguinei tra il 1881 e il 1890: Amelia Geltrude (1881), Francesco Cipriano (1883), Maria (1884), Annunziata Silvia (1887), Ettore Antonio (1889) e Vigilio Adriano (1890). Nel 1849, anno di nascita di Luigia, moglie di Domenico, a Venezia imperversava la peste. I due si sposarono nel 1871 con il nuovo rito civile, che si aggiungeva al matrimonio ecclesiastico, da solo non più riconosciuto. Lorenzo, fratello di Pietro, sposatosi con la compaesana Teresa Genovese, fu padre di Filomena (1842), Pietro (1844), Angela (1848), e Giobatta (1849). Ancora Pietro quindi, che formò una nuova famiglia con Costanza Venturini (“Spinòti”),milanese02 nata nel 1846, di professione maestra elementare. Furono questi i genitori di Silvio Pietro (1878-1959) che, educato e istruito dalla madre, n’ereditò la professione ben prima di sposarsi nel 1908 con la cugina Amelia Geltrude (1881-1967), figlia del prozio Domenico (1839). Fu quindi questa discendenza a “tradire” il mestiere di falegnami che i “Priami” si tramandavano da generazioni. Il maestro Silvio con la sua famiglia occupava parte della settecentesca casa della Curia, finché nei primi decenni del secolo scorso fece costruire una palazzina al bivio fra Via Vittorio Emanuele (ora Via Roma) e la Castellana. Giobatta invece rimase fedele alla tradizione di “marangón”, costruendo attrezzi agricoli, mastelli, serramenti, mobili da cucina, letti e “armeróni” (armadi), in arte povera ma anche in stile dell’epoca nel quale era un vero artista. Il 4 maggio 1874, con la sua compaesana promessa sposa Anastasia Giulia Vendramin (1851), in realtà chiamata “Giuseppina”, artigiana, figlia di Antonio e di Valentina Carraro, si presentò dinanzi all’arciprete don Antonio Galanti che li unì in matrimonio. Sembra accertato che il casato di Anastasia Giulia-Giuseppina fosse lo stesso che aveva posseduto lo storico Palazzo Vendramin-Calergi, attuale sede della casa da gioco municipale di Venezia. Pare anzi che fosse figlia illegittima data in affidamento a Paese…

Please publish modules in offcanvas position.

Free Joomla! templates by AgeThemes