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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Pavan (Pavanóni)

pavanoni“Da’ borghi sparsi le campane in tanto si rincorron coi lor gridi argentini…”. Giovanni Pascoli nella poesia “Romagna”, così metteva in versi la nostalgica melodia delle campane del suo paese, quando a mezzogiorno chiamavano “al santo desco fiorito d’occhi di bambini”. Era il 1880. Qualche decennio prima, in un’altra parte d’Italia, a Breda di Piave, un particolare suono di campane fu intercettato da Angelo Pavan (1830 ca.) figlio di Pietro, percepito come una chiamata del Signore, come una missione, quella di assicurare una dignitosa esistenza alla sua famiglia. Allora, quando si liberava una campagna di un ente o di un signorotto, la notizia a volte si diffondeva attraverso lo scampanio che si rincorreva di villaggio in villaggio. Chi n’era interessato poteva farsi avanti, ma era indispensabile un’integerrima reputazione sottoscritta dal parroco, pur essendo il meccanismo dei rapporti di lavoro e delle corvées particolarmente oppressivo nei confronti delle masse contadine. Fu in un’analoga circostanza che, intorno alla metà del XIX secolo, i Pavan arrivarono a “Castignole”, fittavoli dell’Hospedal (Ospedale Santa Maria dei Battuti di Treviso). Avevano a disposizione undici ettari di terreno, parte intorno all’abitazione e parte in vari appezzamenti sparsi nel territorio circostante, compresi alcuni campi adiacenti la futura fabbrica bellica. La casa, un bellissimo esempio d’architettura rurale del “600, a tre archi frontali ogivali e uno sul fianco destro, era già registrata nell’Estimo Trevigiano del 1680, sul terreno mappato col numero 395. All’inizio del 1800 era abitata da don Domenico Barbante, è ancora un possente edificio, visibile in tutta la sua originaria bellezza. Originariamente il pavimento era in terra battuta, poi in tavelle di terracotta; al pianterreno un’ampia cucina e una grande stanza da letto, oltre alla dispensa, al soggiorno e un’altra camera. Al primo piano altre tre stanze da letto e un vasto granaio, al quale si saliva per una scala accessibile dal porticato. Pure il sottoscala aveva una porticina d’accesso esterna. Si raccontava che vi abbia pernottato il Beato Erico da Bolzano. Nel muro che separava i due androni del piano terra era ricavata una nicchia dove era posto un lume ad olio, che, diffondendo una luce assai fioca, serviva ad orientarsi. Al lato destro della casa c’erano le stalle e il fienile, poco oltre il barco per ricovero degli attrezzi agricoli. Pavan (da padano, abitante della pianura padana), le famiglie omonime sono veramente numerose. Ce ne sono in quasi tutti i paesi del Trevigiano, anche con altre mutazioni (Pavanel, Pavanello, Pavanetto, Pavanati…). Nel comune di Paese (Treviso) sono particolarmente diffuse in tutte le frazioni. A Castagnole si distinguono anche per i soprannomi Pavanóni (o Pavanòti) e Pavanéti, quasi tutti originari dello stesso ceppo. L’otto maggio 1859, da Angelo Pavan ed Eleonora Piccoli fu Domenico, da Castagnole, nacque Ferdinando che, il 27 novembre 1882, si sposò con Angela Schiavon (1857-1933) da Carbonera, figlia di Domenico. Da quest’unione furono generati otto figli, tra il 1887 e il 1900. Si trattava di una famiglia patriarcale, un genere generalmente diffuso, in cui la reale ricchezza era costituita dall’associazione di tante braccia, una necessità imposta dalla quantità poderale, oltre che una garanzia per campare, tenendo conto dell’istituto delle gravose onoranze nei confronti dei padroni. Obblighi questi resistiti per alcuni secoli fino all’immediato ultimo dopoguerra. Alla fine del secolo, i due capostipiti tentarono la fortuna emigrando in Brasile, attratti da una terra descritta come un Eldorado agricolo. Erano partiti con molte speranze, conservando il diritto a ritornare da fittavoli dell’Ospedale se l’esperienza non fosse andata a buon fine. Gli anni novanta furono quelli interessati dalla Grande Emigrazione. Partiva dall’Italia una massa di lavoratori l’anno, che la miseria spingeva ad imbarcarsi sul vapore, per andare come braccianti nelle grandi piantagioni sudamericane. Agenti reclutatori, gente senza scrupoli, giravano per i paesi allo scopo di ingaggiare manodopera di cui il Brasile aveva estrema necessità, da quando, nel 1888, era stata abolita la schiavitù, ma di fatto si continuava a sfruttare gli indios nelle foreste per estrarre il caucciù. Gli italiani, con la loro fama di bravi lavoratori, vista anche la grave crisi agricola in atto, erano particolarmente attratti con promesse che spesso si rivelavano ingannevoli. Il distacco dal proprio paese e dalla famiglia costituiva già da sé un trauma, non da meno l’inserimento per la difficoltà di comunicare. Si trattava spesso di analfabeti, che non conoscevano neppure la propria lingua. Emigrare era quindi un evento umano dolorosissimo. I più rimasero laggiù per la mancanza di valide alternative. Qualcuno invece ritornò. Così fecero anche Ferdinando e Angela che, delusi, trovarono la forza d’invertire la rotta pochi anni dopo, avvalendosi del contratto in essere con l’Ospedale. In quella sterminata nazione erano venuti al mondo Luigi e Nano. Questi figli di Ferdinando, oltre al fratello Giuseppe, furono precettati giovanissimi ed inviati al fronte della Grande Guerra, guadagnandosi l’onorificenza di “Cavaliere di Vittorio Veneto”. Nella stessa casa dell’Ospedale c’erano altri due fratelli di Ferdinando che, con l’aumentare di nuovi consanguinei, andarono ad occupare un’altra casa colonica in Via Falzadel, dando origine ai “Pavanéti”, mentre al ceppo storico fu attribuito il nomignolo di “Pavanóni”. […] Come si diceva, l’onorata vetusta residenza, fedele testimone di tanti travagli e progressi, è rinata in tutta la sua primordiale bellezza, ancora affiancata dalle dependances agresti, divenute nel tempo cantine e magazzini. Peccato che altri fabbricati più recenti ne nascondano in parte la visuale, togliendole la possibilità di rendere più interessante la piazza di Castagnole, frazione di Paese (Treviso).

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