Padre Massimiliano Kolbe, canonizzato da Giovanni Paolo II nell’ottobre 1982, è colui che mi ha dato l’imprinting di scrittore, ma non perché lo era egli stesso avendo fondato nel 1921 Il Cavaliere dell’Immacolata, un periodico con una tiratura di un milione di copie, bensì per la sua storia di martire che mi capitò di ascoltare da un mio professore di letteratura e poi di commentare nel giornale a muro esposto nel collegio in provincia di Vicenza, dove frequentavo il ginnasio. Quel mio primo scritto pubblico fu molto apprezzato, molti si complimentarono, e ciò m’incoraggiò a continuare su questa strada appena iniziata.
A vent’anni, essendoci la guerra nel Vietnam, scrissi il mio primo romanzo, mai pubblicato, ma che conservo tuttora rilegato tra i ricordi di gioventù più cari, steso pigiando sui tasti della macchina da scrivere Olivetti-31. S’intitolava Sulla radura della luna, pagine di narrativa uscite più dalla mia fantasia che da fatti veramente accaduti, giacché a quel tempo non esisteva ancora né internet né la moderna tecnologia comunicativa; perciò, le notizie erano scarne e approssimative, arrivavano prevalentemente attraverso il telegiornale della sera. Devo dire che a quell’età le mie priorità erano altre, essendo figlio di un operaio e di una casalinga, di una famiglia che non aveva grandi possibilità economiche, inoltre avevo trovato una ragazza con cui passavo la maggior parte del mio tempo appena il lavoro lo consentiva.
Con il passare degli anni e conoscendo la mia predisposizione, la Pro Loco del mio paese mi coinvolse in un progetto culturale che accettai con entusiasmo. Fu il presidente di allora a propormelo e gli sono tuttora grato anche se è andato nell’Oltre. In sostanza mi coinvolse nella redazione del periodico dell’associazione che aveva fondato, Stiamo Insieme, chiedendomi di raccontare storie paesane. Di colpo nella mia mente si accese una lampadina: raccontare episodi di vita di famiglie semplici, raccogliendoli direttamente dai protagonisti, principalmente dagli anziani. Fu così che nacque la rubrica Viaggio nel passato con le nostre famiglie, un impegno che portai avanti con entusiasmo ritenendolo utile non solo per il momento attuale ma soprattutto per i posteri, intuendo che, se non raccogli le memorie del passato, senti che ti manca qualcosa, vivi con un vuoto esistenziale che andrebbe colmato. M’impegnai a fondo e contattai parecchie persone avanti con l’età trascorrendo parecchio tempo con loro, ascoltando il loro vissuto, le loro vicende spesso sofferte perché riguardavano la fatica, gli affanni, le guerre, ma anche le tante qualità che caratterizzavano un tempo la società. Imparai da loro tante cose, mi accorsi che io stesso stavo cambiando mentre ne raccoglievo le memorie seduto al tavolo della loro cucina prendendo un caffè o una bibita che mi offrivano con tanto affetto. Dico affetto perché s’era instaurata una relazione emozionale così intima che mi consideravano molto più che un amico, un loro familiare, che sapeva ascoltare e provare empatia. Arrivai così ad asciugare anche qualche lacrima, perché anche una volta c’erano lacrime da asciugare, forse più di adesso, ma il carico era meglio distribuito perché ci si aiutava vicendevolmente, soprattutto quando le famiglie erano numerose.
Al loro tempo la solidarietà era di casa, ora è percepita prevalentemente per sé stessi. Anche l’attenzione verso chi sta peggio è cambiata. E ci sono personaggi in vista che adoperano un linguaggio da cattivi maestri, che non considerano il peso che hanno certe affermazioni. Abusando del libero arbitrio diffondono messaggi di aggressività, d’intolleranza e di odio, considerando nemici coloro che non sono allineati al loro pensiero o, meglio, al loro tornaconto. Purtroppo, questo avviene spesso in un assordante silenzio; i soli a farsi sentire sono gli emulatori che magari sono capaci di fare un salto di qualità trasformando l’aggressività verbale in violenza fisica. La parola detta o scritta non dovrebbe mai essere usata per offendere chicchessia; invece, si assiste allo sdoganamento dei peggiori istinti da parte di certuni che per la loro posizione sociale, anziché essere di buon esempio, si ritengono in diritto di esternare qualsiasi nefandezza senza freni inibitori. Mi chiedo perciò se quella che stiamo vivendo sia davvero una società civile o se non stiamo tornando alla preistoria; mi domando pure se stiamo ancora tessendo quella stoffa di valori che caratterizzava un tempo la società rurale.
Le parole più dolci sono quelle usate per esternare amore, affetto, conforto, tolleranza, solidarietà, senza mai dimenticare un sorriso. Prima dell’era informatica, dei social, era usanza inviare cartoline e biglietti augurali scritti; ne conservo un buon numero non per collezionismo ma per nostalgia. Ora si adoperano prevalentemente strumenti veloci, che non lasciano traccia, per inviare messaggi che durano il tempo di un attimo e vengono subito dimenticati. È il progresso, l’evoluzione umana, si dice, ma io non sono convinto che tutto sia crescita giovevole. Talvolta, prima di fare un passo in avanti bisognerebbe farne uno all’indietro, riavvolgere il nastro e rivedere ciò che è stato fatto nel passato, non per imitarlo ma per chiedersi se ciò che si prospetta sia vero progresso.
Ogni comunità ha elaborato nel tempo una propria storia particolare, unica, fatta di mentalità, di forme culturali specifiche, di tradizioni e costumi, di valori che rischiano di cadere nell’oblio se non vengono raccolti e assimilati, magari per fissarli sulla carta o memorizzarli con le moderne tecnologie informatiche affinché non si disperdano.
Così è stato fatto con i miei scritti. Infatti, dall’insieme dei racconti che furono divulgati attraverso il periodico della Pro Loco, nacque un volume di trecentocinquanta pagine, corredato di numerose foto d’epoca, che s’intitolava Famiglie d’altri tempi. Fu subito un piccolo successo, il libro andò presto esaurito. Tante famiglie che non erano state inserite, ossia che non avevo ancora avvicinato, si accorsero di non figurarvi e me lo fecero notare; compresi così quanto ci tenessero a essere «immortalate» in una pubblicazione sia pur di limitata tiratura. Furono quelle osservazioni a farmi allargare l’orizzonte in cui operavo. Il mio entusiasmo si tramutò di colpo in qualcosa di più intimo, sentimentale; compresi che dovevo far diventare la mia passione qualcosa di più elevato. Lo percepii come un dovere, un compito da assolvere che riuscii a concretizzare appena raggiunsi l’agognata quiescenza, impegnandomi a raccogliere più storie possibili perché nulla andasse perduto. Compresi che, quando muore un anziano, se ne va una memoria storica, unica e irripetibile, per sempre. Ora però avevo un’età non più giovanissima, perciò dovevo rimboccarmi le maniche, fare presto.
A quel primo volume se ne aggiunse presto un secondo, poi un terzo, un quarto e un quinto. Ora sono al ventesimo, gli ultimi quattro usciti con buona parte dei quotidiani regionali. Qualche volta mi chiamano perfino in televisione o nelle scuole a raccontare questa mia occupazione, che a dire il vero è diventata un mestiere, ma non una professione vera e propria, essendo rimasta a livello amatoriale, ma una pura passione praticata per essere utile alla comunità in cui vivo, portata avanti con lo stesso spirito iniziale. Nel frattempo, i tempi e le percezioni sono notevolmente cambiati, e tutti, ma proprio tutti gli anziani che intervistai allora sono andati tra le braccia di Dio. Non credo di aver fatto nulla di eclatante, ma soltanto di avere in parte arginato la perdita di affezione che ha colpito l’anima di tanti miei conterranei.
Lo conferma la constatazione che i giovani vivono estraniati dalla storia locale, una trascuratezza che li fa diventare culturalmente carenti. Sono convinto che senza conoscere a fondo l’epopea della propria famiglia con ciò che la caratterizzava, il loro futuro sarà più povero. Molti preferiscono passare il tempo concentrati nei social, smanettando su strumenti labili ed effimeri ‒ tuttavia utili se usati nel modo giusto ‒, ossia su bassi livelli comuni che non permettono di vivere consapevolmente l’attualità. Tanti vivono omologati, senza autonomia di pensiero, in un meschino presente privo di algoritmi che favoriscano azioni di utilità e creatività per il proprio futuro e per quelli che verranno dopo. Senza memorie del passato, senza conoscere le radici familiari, senza stabili appigli che li rendano coscienti di appartenere a qualcosa di più grande per tradizione, il loro arco esistenziale sarà carente di riferimenti.
Perché scrivere? La scrittura può rivelarsi un buon veicolo per aprire la mente e il cuore se usata in senso positivo; serve a interagire con il mondo che ci circonda, condividendo emozioni e sentimenti senza dimenticare che scripta manent e che le parole possono essere mezzi micidiali che hanno la capacità di ferire in profondità se maneggiati senza la dovuta accortezza. Quindi, quando si rende pubblico un brano, occorre tener presente che è un atto irreversibile, che indietro non si torna, e se hai diramato qualcosa che non va bene, prima o poi ti si potrebbe ritorcere contro. Nel mettere nero su bianco il proprio pensiero non bisogna mai cedere all’impulsività, al contrario conviene valutare bene le parole usando una certa onestà intellettuale, giacché di fake-news o affermazioni inesatte se ne diffondono fin troppe. Bisogna farsi guidare la mano dalla coscienza affinché ciò che si va stendendo sia veramente utile a chi leggerà, con uno sguardo che va anche oltre, a cercare di migliorare la società in cui si vive, a dare voce a chi non ha «voce» per farsi sentire. Se poi si è credenti, si può cercare l’ispirazione più profonda, trascendentale, ossia farsi guidare la mano dallo Spirito, affinché ciò che viene impresso non rimanga soltanto una macchia nera, ma arrivi al cuore del lettore al fine di provocare un’evoluzione culturale e sociale; è quella la sua destinazione finale.
Come accennavo, da sempre nello scrivere mi guida la passione, forse perché non invento mai nulla a tavolino ma cerco di documentarmi per trattare con obiettività e cognizione il fatto o l’argomento. Spesso lo faccio anche per volontariato; è per questo che da molti anni sono corrispondente di un giornale diocesano per il quale ho vergato oltre un migliaio di articoli pur non essendo un pubblicista professionista. Non mi ha mai interessato andare oltre, nonostante gli incoraggiamenti che ho ricevuto per acquisire il pezzo di carta. Ho voluto che ciò rimanesse in un certo senso un servizio alla collettività anche se spesso devo fare i salti mortali per assolvere a certi obblighi, in particolare riguardo i tempi che questo mestiere comporta.
Scrivere per mettere in luce il prossimo dà una carica in più. Con serenità posso affermare di non aver mai pubblicato qualcosa di autoreferenziale, avendo sempre mirato a far risaltare in modo positivo, non senza il necessario sguardo critico, ciò che mi accade intorno, cercando di essere equo verso le persone e di entrare in simbiosi con gli accadimenti, non per fare una semplice cronaca, ma per introdurmi nel cuore dell’evento. Mi chiedo sovente: a che serve scrivere se le parole non toccano il cuore, l’animo umano?
Con questo orizzonte ho composto le storie di famiglie. Mi gratifica il fatto che, grazie ai racconti che ho messo online, tante persone hanno intrapreso le ricerche genealogiche e mnemoniche della propria famiglia. Lo confermano i frequenti contatti epistolari che ricevo attraverso la posta elettronica, messaggi di apprezzamento con richieste di consulenza o di semplice consiglio, e non soltanto dal territorio in cui vivo, anzi, soprattutto dall’estero, dai discendenti degli emigrati alla terza o quarta generazione che cercano le proprie radici.
La scuola, che sta vivendo un periodo di regresso, non sembra interessata alla storia locale, le biblioteche hanno ridotto la quantità di conferenze in questo settore e preferiscono invitare scrittori che pubblicano opere di grande effetto ma di dubbia utilità sociale, e ci sono editori che per ragioni economiche pubblicano libri di personaggi che fomentano l’unità nazionale. Solo rispetto alla lingua locale, all’idioma, si nota un certo risveglio, molte volte mirante solamente ad alimentare rivendicazioni e rigurgiti che non si sa dove conducano. L’uso del dialetto è sicuramente da incoraggiare perché si tratta della cultura del territorio che soprattutto gli emigrati veneti hanno conservato e tramandato nei vari continenti. In Patria invece, molti lo hanno abbandonato per esprimere con la lingua nazionale termini di una certa povertà lessicale, basti vedere ciò che esce nei social.
È evidente la constatazione che, morti gli anziani, i loro successori non conoscono la propria genealogia oltre il limite dei nonni, non sono a conoscenza della provenienza della loro famiglia, non sanno da quanti anni, decenni o secoli abbia posto le radici nella località in cui vivono, hanno vaghi ricordi su episodi di vita significativi per i loro antenati avendone sentito il racconto durante qualche circostanza familiare, ma senza la volontà di farlo proprio per tramandarlo. Iniziare da queste ricerche sarebbe fare un buon uso della scrittura, da consegnare ai discendenti. Le storie familiari, infatti, rivestiranno grande importanza nel futuro perché garantiscono la trasmissione di un sapere altrimenti destinato a cadere nel nulla, con grave perdita della propria specificità.
C’è stato un tempo, durante il Miracolo Economico, in cui si faceva a gara per sbarazzarsi di tutto ciò che ricordava un sofferto passato, conseguentemente ci si è liberati di tante fotografie che avevano più efficacia di tante parole scritte, e poi di vecchia mobilia e di tanti oggetti-ricordo che sembravano inutili, invece, pur nella loro semplicità, erano il tesoro identitario della famiglia e della comunità. Per un’interpretazione sbagliata, si è voluto sbarazzarsi di tutto ciò che rievocava epoche di umiliante povertà, di privazioni, di fame, così tanti riferimenti sono caduti nell’oblio. Personalmente posso aggiungere che racconto storie familiari perché le considero, forse illudendomi, alimento per la mente dei miei cinque nipoti, da cui possono trarre spunti nel loro percorso esistenziale.
In una nazione avviata al gelo demografico, gli anziani sono destinati a diventare una categoria sempre più vasta, ma se continuerà la tendenza attuale, numerosi saranno quelli che non proveranno la gioia di essere nonni e mi chiedo: «A chi racconteranno le loro esperienze, il loro trascorso? A chi tramanderanno l’identità familiare e quella della società in cui hanno vissuto se non ci sarà qualcuno a raccoglierle?».
I giovani sembrano vivere in questo un disinteresse collettivo, e un po’ li capisco perché pure per me è stato un risveglio tardivo. Soltanto dopo la scomparsa dei nonni e dei genitori ho capito che mi mancava qualcosa, si è accesa in me la curiosità per le ricerche familiari. Ho intuito che toccava a me fare luce sul passato della mia famiglia, accorgendomi però che ne sapevo davvero poco perché quelli che avrebbero potuto erudirmi erano andati nell’Oltre. Non mi sono scoraggiato per questo, anzi, ho dovuto però impegnarmi a fondo per far riemergere memorie e immagini acquisite che nel tempo si erano sbiadite. Ho dovuto scavare a fondo e concentrarmi non poco per districarmi tra un’infinità di documenti e diramate parentele, mettendo in ordine le varie caselle come in un intricato puzzle. Ma ciò che ho ricomposto costituisce solamente una minima parte di quello che avrei potuto acquisire dalla viva voce dei miei predecessori se fossi stato meno indifferente. Ecco allora il motivo per cui non mi stanco di esortare i lettori ad essere avveduti su questo aspetto.
Si dice che una persona vive finché c’è qualcuno che la ricorda, poi cade nel buco nero. Il senso di appartenenza e la consapevolezza di avere una storia unica sono valori fondamentali di un casato, ed è l’insieme di queste identità e memorie che formano la vita e la storia di una comunità e di una nazione. Ecco perché ho fatto diventare la scrittura un dovere fondamentale. Senza passato siamo come libellule sospese nell’aria che non sanno da che parte dirigersi. Il passato è come una supernova di cui vediamo la luce anche se da tempo si è estinta, che continua a essere un riferimento.
Le famiglie di una volta formavano le persone ed erano sempre aperte ai contatti sociali, tutti sapevano tutto di ognuno e ci si aiutava vicendevolmente. Ora questo concetto provoca ribrezzo, ma allora era una garanzia. Le abitazioni erano spartane, prive di recinzione, spesso buie ma accoglienti, fatte per essere ospitali, rifugi sicuri, cosicché vi si poteva accedere liberamente. Come avveniva nei secoli precedenti, quando i mendicanti che scendevano dalla montagna bussavano alla porta per chiedere una scodella di brodo e un angolo, magari il fienile, in cui riposare, senza mai sentirsi rifiutati. La stessa cosa accadeva pure nel dopoguerra, quando si vedevano in giro tante mamme, rimaste vedove del marito caduto da combattente, costrette a mendicare un tozzo di pane o una cucchiaiata di riso per sfamare la prole che si portavano appresso, e trovavano sempre porte e cuori spalancati. Se paragono quei tempi a quelli attuali sento una stretta al petto: quanto sono lontane quelle residenze che con il cosiddetto progresso sono state abbattute. Con quei muri sono crollati anche tanti valori che tratteggiavano la società. Ne provo tanta nostalgia.
Cosa mi spinge a scrivere queste storie, per quale motivo lo faccio? Perché sono la registrazione di tante conversazioni, tradotte in racconti, provenienti direttamente dai nostri vecchi. Purtroppo, molti nel frattempo hanno attraversato l’Acheronte. Li ricordo uno ad uno con amorevolezza. Ho ancora ben presente con quale enfasi mi raccontavano le loro vicende, quanto ci tenessero che le loro traversie, esperienze, avventure fossero tramandate alla posterità. Certo, le memorie scritte, da sole, non danno il senso di ciò che avevano provato, ma a noi raccontano di ciò che è andato perduto.
È un viaggio nel passato, che ho intrapreso come avventura di vita, da senziente, per conoscere l’altro cercando di approcciarmi con quell’umiltà che dovrebbe servire a cambiare sé stessi. Non m’importa se non avrò rispettato tutte le regole della grammatica, se non avrò seguito strettamente la cronologia, se non tutti condivideranno le mie opinioni, o se qualche detrattore penserà che l’abbia fatto per gloria personale. L’ho fatto per gratitudine verso tante persone che ho conosciuto fin da ragazzino, che avendo provato gli orrori della guerra mi hanno insegnato il senso del bene e del male, per amore della conoscenza, della convivenza pacifica e per il mio Paese.
Infine, voglio aprire una riflessione: nel tempo dell’Intelligenza Artificiale che ha aperto una frontiera tutta da esplorare, alle attuali generazioni, a una società che ha già perso parte della sua eticità, cullata nel facile benessere e nella mondanità, che percorre strade illusorie anziché quelle della concretezza, a una società che ha perso parte del senso di orgoglio e di identità, che predilige il linguaggio vacuo e onirico, quanto interessa calarsi nelle memorie familiari e in quelle della propria comunità? La risposta è aperta.
Ecco, questo è il viaggio intrapreso attraverso la scrittura. Avevo soltanto quindici anni quando iniziai, quando Padre Massimiliano Kolbe, diventato santo, mi inoculò il germe di scrittore, che ho coltivato e fatto crescere con l’unico fine di essere utile agli altri.
