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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Pozzebon ("Pagoìn")

pozzebonPaese (Treviso – Italia) vanta un miracoloso tessuto di micro imprenditoria, dove le esperienze e i mestieri si trasmettono ancora di padre in figlio. N’è un esempio la famiglia Pozzebon ("Pagoin"), le cui origini si perdono agli albori del primo Ottocento. L'apripista fu Giovanni che, verso il 1840, lasciata Maserada, scese per la Vecchia Postumia Romana, andando a stabilirsi a Padernello, in località San Luca, nell'attuale Via Roncalli dove vennero al mondo quattro figli: Pietro, Giuseppe (1865), Domenico (1867-1951) e Lorenzo (1869), che gli diedero ben trentuno nipoti. Il primo emigrò a Grisoera (Eraclea), a fare il contadino, dando origine al ramo veneziano. Il secondo rimase a San Luca. Domenico invece, coniugatosi a Veneranda Paulon (1867-1949), nel 1907 divenne fittavolo della famiglia Quaglia, nella casa colonica in Via Postumia. I suoi nove figli, cinque femmine e quattro maschi, s'imparentarono con le famiglie Gasparini, Borsato, Vincenzi, Pestrin, Franco, Durante, Vedelago, Miglioranza, e Girardi. Pure Lorenzo, sposandosi con Angela Rocco, mise sù casa a Paese, generando una progenie di dieci discendenti. Fu proprio nella casa di Domenico che fu avviata la prima officina meccanica. Da qui, di generazione in generazione, germinò la passione per la lavorazione del ferro, alternata all'attività agricola. Attraverso i figli Giovanni (1893), Eugenio (1895), Antonio (1904), Luigi (1909) e la loro discendenza, fu un'autentica proliferazione di officine meccaniche che punteggiarono il territorio comunale. L’attività ebbe un determinante impulso per opera di Antonio, ottavo dei nove figli di Domenico, che già a quattordici anni, durante Grande Guerra, riparava biciclette per i Bersaglieri, i quali avevano un avamposto proprio nella casa dei “Pagoini”. Il lavoro si evolse poi nella costruzione di cucine a legna e di serbatoi in ottone. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l'officina andava a pieno ritmo, tanto da occupare undici maestranze. Finita la guerra riprese la costruzione di serbatoi per motociclette, potendo avvalersi di un venditore d’eccezione, l’indiscusso campione di motociclismo Omobono Tenni che, dai Pagoini era di casa. Nell’officina, nell’immediato periodo post bellico, si usavano come materie prime fusti di benzina, cassette di tritolo, lamiere di camion abbandonati da tedeschi e alleati. Si passò poi a forgiare carrozzerie per trattori e a costruire ventole per mulini. Tutto era fatto rigorosamente a mano: per incudine i bossoli delle granate da mm. 149 e 240; per saldare si usava carburo ed ossigeno; pure la limatura era del tutto manuale. Ci volevano seimila martellate per rifinire un serbatoio, fra un martellamento assordante, poi la cromatura nobilizzava il tutto. Si lavorava dalle cinque antimeridiane alle ventuno, ricevendo spesso la visita dell’amico Omobono Tenni. Passò a salutarli anche quella volta, nel 1948, che andò per gareggiare a Berna, schiantandosi durante le prove. Aveva 43 anni. Treviso gli ha dedicato lo stadio di calcio. Gli inglesi che avevano visto Tenni "curvare con pazzo abbandono" sull'infernale percorso dell'Isola di Man, indossando il solito giubbetto di pelle color carbone, lo avevano soprannominato " il Diavolo Nero". Omobono Tenni era nato a Tirano il 28 luglio 1905 e, nel 1920, aveva lasciato la sua casa per recarsi a lavorare in un’officina meccanica di Udine. Ma il lavoro non lo soddisfaceva, decise quindi di spostarsi a Treviso dove viveva la sorella Maddalena, che aveva il marito cameriere al buffet della stazione. E a Treviso diventò uno specialista meccanico, lavorando nell’officina dei fratelli Facchin in Via Filodrammatici. Il suo sogno era tuttavia quello d’avviare un’attività in proprio. Un desiderio che riuscì a realizzare dopo qualche tempo. L’improvvisa morte dell’amico provocò un gran dispiacere anche nell’officina dei Pagoìni, che amavano il loro lavoro quanto Tenni le corse in moto. Nel 1952, i fratelli Eugenio, Antonio e Luigi Pozzebon sciolsero la società, prendendo strade autonome. Antonio, sposo di Carmela Miglioranza (“Majèri”) da Padernello e padre di Rosa (1931), di Giuseppe (1934), di Veneranda (1939) e di Aronella (1943), si trasferì a Paese, in Via Postumia con l’officina, dove, con Giuseppe, continuò a fabbricare serbatoi per motocicli. Anche la nuova generazione ha nel dna la passione per la lavorazione del ferro. Vien da pensare che sia stato proprio un loro antenato a scoprire il ferro.

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