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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Per mare e per terra

In questo volume, Mariano Berti parte dalla vita di una persona e della sua famiglia, Tarcisio Billio, per ricostruire le vicende di una comunità, quella di Porcellengo, caratterizzata fino agli anni Sessanta da una grande povertà e dalla necessità, per molti giovani, di emigrare. A partire dagli anni Sessanta abbiamo assistito ad un rapido sviluppo, che ci ha portato alla qualità di vita e al benessere economico di oggi. Uno sviluppo di cui Billio è stato testimone e protagonista una volta tornato dal Canada, attraverso la fondazione della fungaia di Porcellengo. Vicende diverse, ma che sono legate da un filo rosso: la presenza significativa del tessuto comunitario, valori di riferimento, laboriosità e coraggio di rischiare mettendosi in discussione. (Bruno Desidera, giornalista)

 

Introduzione
Quando si parla di sviluppo occorre tener conto non solo della crescita economica, ma anche del contesto sociale e ambientale in cui si opera o non si può parlare di vera evoluzione. Negli ultimi cinquant’anni, in cambio del primo si è assistito ad un progressivo depauperamento degli altri due. Basti considerare ad esempio il territorio trevigiano - quello di Paese in particolare - martoriato da cave e discariche, l’inquinamento atmosferico e idrico, le patologie che ne conseguono, i disturbi psichici sempre più accentuati dovuti a ritmi di lavoro che di umano non hanno più nulla; in poche parole si sta riducendo la qualità della vita in cambio del far soldi ad ogni costo.
Quella narrata in questo libro è la storia di un uomo, di un imprenditore che dal nulla ha saputo conquistare un posto importante nell’economia del paese in cui vive, cercando di rispettare gli obiettivi contestuali su esposti, in parte agevolato in questo compito dal fatto di operare in un ambiente naturale, facendo fruttare quella materia prima che non ci appartiene in modo assoluto, ma che ci è stata data in prestito dal Padreterno: la terra.
Tarcisio Billio, imprenditore di Porcellengo, è il vero protagonista di questa storia così avventurosa e variegata, storia che riassume quella di tante altre persone come lui. Un personaggio che si è fatto da sé e che non ha esitato a sporcarsi le mani di terra per fertilizzare la società del suo paese e per dare un futuro ai suoi figli. Uno che non si è mai tirato indietro di fronte alle difficoltà della vita ed è grazie alla sua abnegazione e a quella di tante altre persone come lui che la comunità di Porcellengo ha avuto un inusitato progresso.
Billio si considera un uomo libero, libero di comportarsi onestamente, cosa non sempre scontata. Egli ci dà anche una lezione di vita insegnandoci che il lavoro ha un fine nobile se al primo posto si mettono il benessere e il rispetto della persona prima ancora dell’accumulo di ricchezza. Egli perciò esprime il meglio della laboriosità della gente veneta, con le potenzialità e le conquiste raggiunte in questa Regione negli ultimi decenni.
L’Autore

Prefazione

Ci sono due modi, oggi, per tentare di dare valore alle nostre radici e alla nostra identità. Il primo è quello dell’abbarbicarci al nostro passato, del chiuderci in un modo che consideriamo perfetto e immutabile, del suonare la grancassa di un malinteso localismo. Quasi che il semplice riandare alle radici risolvesse tutti i nostri problemi
C’è invece un altro modo: quello di non tagliare il filo che ci tiene legati alle nostre radici, ma al tempo stesso guardare avanti. Come accade per gli alberi secolari, ben piantati nel terreno e sempre protesi a conquistare una parte di cielo con le loro chiome frondose.
Già da tempo, Mariano Berti ha scelto questo secondo modo. Nelle sue pubblicazioni ha saputo guardare con occhio originale, mai banale, alle radici della sua comunità, alla storia del suo comune, Paese, partendo dalla vita reale delle persone, o meglio, delle famiglie.
Grazie ai suoi lavori abbiamo conosciuto da vicino volti, legami, storie. E in questo mondo ci siamo avvicinati alla storia della comunità di Paese e delle sue frazioni. Partendo dalle vicende della gente semplice, l’obiettivo del nostro autore è sempre stato quello di allargare lo sguardo; attraverso lo scorrere delle generazioni, abbiamo visto come è cambiato questo nostro territorio, ma, appunto, senza perdere di vista le radici: la famiglia, la fede semplice ma forte, la passione per la terra, la laboriosità, la dignità anche in situazioni e momenti difficili, come è accaduto per tanti emigranti.
In questo volume l’obiettivo è, se vogliamo, ancora più ambizioso: partire dalla vita di una persona e della sua famiglia, Tarcisio Billio, per ricostruire le vicende di una comunità, quella di Porcellengo, caratterizzata fino agli anni Sessanta da una grande povertà e dalla necessità, per molti giovani, di emigrare.
E’ lo stesso Berti a sottolineare che: “Quella di Tarcisio Billio è la storia di un uomo libero, con un’indomabile temperamento, tipica dell’italico Nordest. (…) Billio non ha badato solo a se stesso: si era dato l’obiettivo di far crescere il proprio paese, di coinvolgere i suoi concittadini ed ora ci permette di rivivere e trasmettere alla future generazioni un passato che ha avuto alternativamente momenti difficili e magici, ma sempre con questa nobile causa”.
A partire dagli anni Sessanta abbiamo assistito ad un rapido sviluppo, che ci ha portato alla qualità di vita e al benessere economico di oggi. Uno sviluppo di cui Billio è stato testimone e protagonista una volta tornato dal Canada, attraverso la fondazione della fungaia di Porcellengo.
Vicende diverse, ma che sono legate da un filo rosso: la presenza significativa del tessuto comunitario, valori di riferimento, laboriosità e coraggio di rischiare mettendosi in discussione.
Ma la vicende di Porcellengo è, a ben vedere la vicenda di tutto il Nordest. Per questo la vicenda descritta in questo volume è al tempo stesso vicina alla cronaca e alla storia.
Alcuni storici hanno già avuto modo di mettere in evidenza il contributo importante dei lavori di Berti per la ricerca storica in ambito locale. Anche in questo lavoro non mancano interessanti riferimenti. Si pensi alle pagine dedicate alla Porcellengo Napoleonica, con il curioso riferimento alle Pattuglie Comunali “per la sicurezza e tranquillità pubblica, con il compito di espellere i vagabondi e i sospetti che potrebbero turbarla”. In pratica, una realtà simile alle ronde “padane” di recente istituite. E qui, al rigore storico, si aggiunge l’intuito del cronista.
Chi scrive, da giornalista che ha avuto modo di collaborare da anni con Mariano Berti, conosce da vicino questa curiosità per i “piccoli grandi fatti” della propria comunità, l’amore per il suo paese e la passione civile che anima i suoi articoli. Cosicché il passaggio tra i brevi articoli e i più articolati libri non è brusco. Ma entrambe le tipologie di lavoro sono caratterizzate da un medesimo timbro e la volontà di raccontare ciò che ha reso forti le nostre comunità: la capacità di non smarrire le proprie radici ma di saper guardare sempre al futuro.
Bruno Desidera
Giornalista

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