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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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terra rossa

Era un mattino di sole quello delle idi di marzo del 1924, quando, attaccati i buoi al carro, i Vettorel lasciarono Cordignano incamminandosi verso una nuova terra e un futuro ancora incerto. Uomini, donne e bambini, ognuno con il suo fagotto in spalla, seguendo il convoglio agrestre, attraversarono Conegliano e poi il ponte sul Piave, imboccando quindi la polverosa strada Schiavonesca verso Nervesa, raggiungendo così Giavera in tarda mattinata. Ogni tanto si erano fermati a far riposare e rifocillare le bestie. L’ultima tappa fu alla sorgente “Forame” per poi affrontare la salita verso la quinta presa del Montello. Erano ormai le prime ore del pomeriggio quando giunsero alla loro Terra Promessa, in Via Bongiovanni.

LA FAMIGLIA VETTOREL DI GIAVERA DEL MONTELLO

Se ne stava lì, seduto al suo tavolino posto in un angolo della sala da pranzo, dove ti faceva trovare il resoconto: quattro numeri buttati giù con una lapis su un semplice foglietto di quaderno a quadri. A far di conto era insuperabile, ma il facile guadagno era una pratica che non gli si confaceva, egli sapeva bene da dove veniva. Si preoccupava innanzi tutto che tu fossi soddisfatto del pranzo che ti aveva servito nella sua osteria, tutta “roba” genuina, allevata sul cortile di casa con nutrimenti naturali. Particolarmente profumati e gustosi erano i salumi, con contorni d’erbe lessate, patatine fritte, fagioli in insalata conditi con la cipolla fresca e gli immancabili funghi del Montello. E ti accoglieva sempre con quella coinvolgente cordialità che trasmetteva serenità e ti entrava nel profondo. Era la quiete dell’animo di un nonno quella che ti accompagnava per tutta la settimana, fino alla domenica successiva quando, negli anni Sessanta, ritornavamo con gli amici a ripercorrere prese e sentieri in mezzo al bosco del Montello, per respirare a fondo quell’aria sana che a noi giovani ventenni metteva un certo “frizzantino”, frutto di un amoreggiare ancora acerbo.
Antonio Vettorel era il capo carismatico di una villica numerosa famiglia, che ne aveva passate tante, ma che aveva trovato il motivo per voltare pagina nell’immediato primo dopoguerra quando, provenendo da Cordignano, venne ad insediarsi nella casa rurale ceduta dal possidente Agostini Luigi di Cusignana.
L’immobile, in Via Bongiovanni, attuale Via del Solstizio, presa V, comune di Giavera - allora territorio di Arcade, località Cal de Radis - era stato acquistato nel 1924 dai genitori di Antonio, con 6,75 ettari di terreno circostante, fondo ricoperto prevalentemente di rovi e sterpaglie e disseminato di trincee, il quale, man mano che veniva dissodato, faceva emergere di tutto: pezzi di filo spinato e pericolosi residuati bellici, ma anche resti umani, ossi da morto e perfino teschi di soldati caduti in quella che era stata, dopo Caporetto, la prima linea del fronte vittorioso della Grande Guerra, conflitto che aveva visto il suo epilogo da pochissimi anni strascicandosi una collezione di lutti, malattie e miserie, immani sofferenze e lacrime…
A dare un nuovo slancio alla famiglia era stato Pietro, il primogenito di Antonio e Caterina, che aveva saputo accattivarsi le simpatie dei Conti Mocenigo, che lo avevano assunto al loro servizio con l’incarico di còcio (cocchiere). Secondo la stagione, conduceva i suoi padroni sul calesse o sulla carrozza, tirati da superbi cavalli che accudiva, e teneva in ordine le vetture.
Nel 1909, quando i Conti avevano acquistato la prima automobile, anzi la “carrozza senza cavalli” come la chiamavano allora, Pietro aveva imparato a guidare e divenne uno dei primi autisti a girare per la Marca Trevigiana. La sua patente di guida, rilasciata dal Touring Club Italiano, risaliva al lontano 14 febbraio 1909. Durante la Grande Guerra, con il grado di caporale, era stato conduttore di automezzi militari, mentre la moglie Adalgisa era occupata nella locale filanda, svolgendo contemporaneamente saltuari lavori di sartoria per il nobile casato.

Era un bel mattino di sole quello delle idi di marzo del 1924, quando, attaccati i buoi al carro dov’erano caricate fin dalla sera precedente le poche masserizie che possedevano, i Vettorel lasciarono Cordignano incamminandosi verso una nuova terra e un futuro ancora incerto. Uomini, donne e bambini, ognuno con il suo fagotto in spalla, seguendo il convoglio agrestre, attraversarono Conegliano e poi il ponte sul Piave, imboccando quindi la polverosa strada Schiavonesca verso Nervesa, raggiungendo Giavera in tarda mattinata. Ogni tanto si erano fermati per far riposare e rifocillare le bestie. L’ultima tappa fu alla sorgente “Forame” per poi affrontare la salita verso la quinta presa del Montello. Erano ormai le prime ore del pomeriggio quando giunsero alla loro Terra Promessa, in Via Bongiovanni.
Nella nuova residenza, lontano da ogni vociare, il silenzio era quasi irreale. Solo varie specie di uccelli, con il loro volteggiare, accolsero i nuovi arrivati sull’epica rinomata collina. Ovunque si vedevano ancora i crateri lasciati dalle bombe, che la natura faceva del suo meglio per cancellare.
Giunti a destinazione furono colti da un empito gioioso. Dimenticando ogni stanchezza, uomini e donne si misero alacremente al lavoro per sistemarsi come meglio potevano, mentre i bambini esploravano i dintorni, correndo dentro e fuori del bosco con la loro incontenibile allegria, foriera di tempi migliori. Davanti alla famiglia Vettorel si apriva un nuovo orizzonte, un futuro di speranza, anche se il debito contratto per quell’acquisto era di notevoli dimensioni.
I primi a mettere piede in quello che era ancora territorio del Comune di Arcade, furono Pietro e Adalgisa con i loro figli e la nonna Caterina, oltre al cugino Antonio, figlio di Bortolo, con il suo nucleo, che si spartirono la spesa equamente divenendo proprietari ognuno per la quota di una metà.
Antonio, cugino di Pietro e fattore dei Conti di Cordignano, negli anni Venti era emigrato a Vancouver (Canada), a disboscare foreste sulla costa del Pacifico della Brithis Columbia pensando di metter da parte un gruzzolo sufficiente ad acquistarsi una nuova casa. Inviò infatti alla moglie Anna Fiorrot il necessario per l’acquisizione sul Montello, rimanendovi tuttavia ancora alcuni anni, il tempo necessario per pagare tutto il debito e tornare con una discreta somma che desse tranquillità alla famiglia. Rientrato in Italia, lo colse la grande depressione del 1929-30 che mandò in fumo buona parte dei suoi risparmi. Si rimise pertanto a fare il contadino sul Montello. La moglie era originaria di Fregona, una brava e santa donna, mamma di Giuseppina (1913), di Bortolo (1915) e di Domenico (1920), tutti Vettorel...

(la storia completa di questa famiglia si trova nella monografia di Mariano Berti “Terra rossa, sapori di bosco” – Italprint 2007)

Prefazione di Gian Domenico Mazzocato

Le storie delle famiglie assomigliano al correre di un fiume. Una sorgente, un andare, magari un disperdersi in rivoli e in rami collaterali, un incontrare ostacoli, aggirarli e superarli. La foce è il presente. Una generazione che consegna il testimone alla prossima. Cosicché non c’è mai un vero punto di arrivo.
Mariano Berti, con l’abilità che gli è propria, con la saggezza del suo sistema di lavoro, con la sapienzialità accumulata in altre sue opere, ci racconta la famiglia Vettorel.
La narrazione di Berti parte dal presupposto della valorizzazione del luogo in cui i Vettorel si sono insediati. Il binomio Montello-Vettorel ci parla di cose buone, note, affidabili. Ci manda odori, ci fa gustare sapori.
Da parte mia vorrei aggiungere solo che il caso (ma qualcuno sostiene che il caso è il buon Dio che viaggia in incognito) ha portato i Vettorel ad insediarsi in uno dei luoghi più magici e suggestivi del Montello. Più carichi di memorie, enigmatiche e misteriose.
Attorno a loro ci sono cose che ci rendono pensosi e attenti. Qui ha sede il cimitero inglese. Proprio a Giavera si sentì acuta l’offensiva austriaca nel 1918. Le 417 steli di marmo bianco ci ricordano ragazzi e uomini morti nel fiore dei loro anni. “Il loro nome vive per sempre”, è scritto. Noi non dimentichiamo, grati. La loro memoria è a dirci che nessuna guerra vale la pena di essere combattuta.
Un po’ più su la chiesa col suo cimitero intorno, sorvegliato dal volto di quel prete arguto e intelligente, fuori schema la sua parte, che fu don Carlo Agnoletti. Don Carlo, nessun vescovo si arrischiò mai a farlo parroco. E qui, proprio dove ora si innalza la chiesa, prima ancora degli insediamenti cristiani, si estendeva la spianata di un castelliere.
Castelliere : gli antichi Montelliani avevano ricavato uno spiazzo che serviva da posto di guardia rivolto verso la pianura e forse anche da osservatorio astronomico. Luogo di attività fondamentali. I primi abitatori avevano orientato in faccia al vento che soffiava robusto dalla pianura, le bocche dei loro forni. Imprigionavano così la preziosa corrente aerea e ottenevano che il legno duro e rosso delle querce bruciasse con più forza e rapidità, trasformando le rocce spugnose in metallo liquido e ribollente, pronto a plasmarsi docile nelle forme dei badili, delle asce, dei picconi. Il respiro della natura usato come un mantice mosso perennemente da una mano gigantesca.
Dunque questo è anche uno dei luoghi di più antichi insediamenti antropici della collina.
Dietro la chiesa, seguendo un sentiero ripido e ricavato a fatica in mezzo ai cespugli fitti di robinie, si raggiunge il vallone impraticabile da cui nasceva la Giavera. Nasceva: perchè ora le risorgive del fiume sono un po’ più a valle. La vecchia falda si è disseccata.
Il fiume attraversava il paese, passava davanti all'Ispettoria. Ora è praticamente proprio davanti all’antica Ispettoria (rimaneggiata, restaurata, adibita ad abitazioni private) che ha inizio il fiume che prende la strada della pianura. Giù verso Cusignana, Villorba e Treviso per andarsi a buttare nel Sile, dopo aver cambiato più volte nome. Prima Giavera, poi Pegorile, poi Botteniga.
Infine qui vicino c’è il Bus delle Fade, la Grotta delle Fate, esempio notevole del carsismo montelliano. Ma anche luogo della mitologia collinare.
Le fate cui si allude sono le anguane, quelle che nella mitologia classica si chiamano Naiadi, le ninfe delle sorgenti e delle acque. E infatti nell’etimo della parola “anguana” c’è proprio l’acqua. Attorno a questa presenza misteriosa sono fioriti miti e leggende.
Così, nel luogo dei Vettorel, storia e mitologia si fondono.
Qui hanno vissuto i più antichi Montelliani.
Qui vivono e si propongono i Montelliani di oggi. Come i Vettorel. Con la loro forza imprenditoriale, la loro ospitalità, la loro umanità, la loro intelligenza. Con le loro mani e i loro volti.
Grazie a tutti loro. Grazie in particolare alla famiglia Vettorel. E grazie a Mariano Berti che, attraverso i Vettorel, ci ha offerto uno spaccato di vita montelliana tutta da leggere.

GIAN DOMENICO MAZZOCATO
Treviso, dicembre 2006

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