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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Pravato (“Sanajòto”)

pravatoNel 1944 l'Italia era in piena Resistenza contro il fascismo. A Conegliano Veneto, in un attentato, venne ferito il segretario politico del partito unico. Le Brigate Nere, per ritorsione, sfogarono la loro vendetta contro i prigionieri partigiani. Ne prelevarono due nelle prigioni e altri due, feriti, che erano piantonati in ospedale. Tra questi anche uno studente d'agraria, diciottenne di Paese (Treviso), catturato pochi giorni prima sul Cansiglio dopo una cruenta battaglia contro i tedeschi. Si chiamava Liberato Pravato. Un nome che strideva con la sua situazione, ma egli si sentiva soprattutto libero nei suoi ideali. Non poteva reggersi perché aveva perso molto sangue, dopo che una raffica di mitra l'aveva colpito ad una mano e alla gamba sinistra. Una condizione che non fu sufficiente a salvargli la vita. Venne fucilato a sangue freddo, disteso sulla barella. A Paese gli verrà in seguito dedicata la strada parallela a Via Battisti e le scuole elementari del capoluogo. E' un tassello di storia della famiglia Pravato, apparsa sulla scena paesana nell'inverno 1928, uno dei più crudi che si ricordino. Ebbene, fu proprio in quella memorabile stagione che Gustavo (1899-1984), figlio di Antonio, venne a stabilirsi a Paese, in una casa colonica in Via Levade. Si era lasciato alle spalle Pianiga, il paese in provincia di Venezia dove risiedeva la famiglia paterna. Lo accompagnava la moglie Maria Antonia Manente (1902-1984), originaria di Cazzago (Ve) e cinque figli. "Una vita travagliata di agricoltori, mezzadri della nobile famiglia De Pellegrini - ci raccontava il figlio Oscar nel 1994 - tanto lavoro e ricavo scarso, mentre le bocche da sfamare aumentavano di anno in anno". Oscar, maggiore di sedici fratelli, quattordici maschi e due femmine, ritornava ogni anno dall'America per far visita alla madre, che viveva sola - il marito era mancato dieci anni prima - in quella casa un tempo tanto animata, portandosi la sua veneranda età di 92 anni. Ma che la signora Antonia fosse sola, è solo un modo di dire perché usufruiva sempre della compagnia di qualcuno della sua numerosa discendenza. Mamma Antonia, dei tempi andati ricordava il tanto lavoro, dalle quattro del mattino a notte tarda, per star dietro ai figli. "Si viveva con poco - diceva. Si faceva ogni cosa a mano, anche i vestiti e si riciclava tutto, forse anche per questo non abbiamo mai patito la fame". Nel "75 era volata oltre oceano, a Toronto, per il matrimonio di Paride, uno dei sette figli emigrati in Canada. Gli altri sono: Mirko, Silvano, Dino, Elio, Edda, mentre Oscar vive negli USA. Tutti apprezzati e richiestissimi imprenditori privati, con attività di imbianchini. Si ritrovano ancora una volta all’anno, tutti insieme, per un pic-nic nella fattoria di Elio, a scorazzare con il fuoristrada per la sua campagna di venticinque ettari. Con loro, fino a pochi anni fa, c'era anche Italo che ha scelto di continuare la sua attività a Paese, dove sono sistemati con le loro famiglie anche Ciro e Marcello. Zita, l'altra sorella, abita ad Istrana. Ma tempo e distanze non hanno mai minato l'unità della famiglia, anzi si può affermare che sono stati il collante per tenerla unita. Nel 1992 si radunarono tutti nella vecchia casa, in Via Levade, a festeggiare il 90° compleanno della mamma. Fu una festa memorabile ed emozionante, impiegata a riscoprire le memorie del passato. Di memorie della famiglia Pravato si potrebbe scriverne un libro, perché dalla lucidità di mamma Antonia riaffioravano aneddoti e testimonianze che spaziano nell'arco di un secolo: i fratelli e la mamma uccisi dalla febbre "spagnola"; il casone di Fiumicello, dove con la nonna si recava a far visita ai genitori del Vescovo cappuccino, il beato Andrea Giacinto Longhin; il sorriso benevolo e le parole di scusa del re Vittorio Emanuele II per averle imbizzarrito i buoi al passaggio del corteo diretto al fronte; le tradotte dei feriti della Grande Guerra; i bombardamenti; gli sfollati affamati; gli sbandati in cerca di rifugio e, tra loro Willy, un tedesco che la chiamava mamma; le ansie per i figli partigiani nella brigata "Zancanaro"; il tanto, duro lavoro per accudire alla numerosa famiglia: tre o quattro "calière" di polenta ogni giorno e poi... "mastello e lampór" per tenersi in forma. Ricordava spesso i cinque figli strappati precocemente alla vita: Marcellino, di appena due mesi; Liberato, trucidato dai fascisti; Livio, stroncato a 27 anni da un male incurabile, dopo tre anni di prigionia in Inghilterra, seguiti all'affondamento della nave; Alcide, 25 anni, travolto da un masso mentre lavorava in Svizzera alla costruzione della Grande Disance, la diga più alta d'Europa; Sergio, cinquantasettenne, deceduto improvvisamente per infarto, anch'egli in Svizzera, mentre si recava al lavoro. Con l'avanzare dell'età, rivedeva sempre più spesso i figli che tornavano a farle visita "per l'ultima volta", riaccomiatandoli sempre con le esortazioni di "comportarsi bene e... scrivere". Con queste premesse la famiglia Pravato continua anche con le nuove generazioni, tramandandosi la ricchezza di valori ereditata dai predecessori. A darcene un'idea era ancora Oscar, settantenne quando, nel 1994, furono raccolte queste memorie, ex guardia d'onore di polizia al Viminale ("46-54) ai tempi di De Nicola e De Gasperi. Risale a quel periodo l'incontro con la prima moglie, una professoressa italo-americana, in visita turistica a Roma con 4.000 compatrioti. Dopo le nozze, nel 1954, era emigrato con lei a Rochester, negli USA mentre dirimpetto, oltre il lago Ontario, a Toronto e dintorni, s'insediavano altri sei fratelli.

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