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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Zanatta ("Stradìni")

zanattastradiniPiù che una famiglia patriarcale, quella degli "Stradini" di Porcellengo (Via Baracca) è stata per un certo periodo una famiglia matriarcale. Sì perché a condurla con determinazione e una pertinacia inconsueta è stata Angela Borsato (1906). Soprannominata "la polacca" proprio per la sua temperie, rimase vedova di Rino Zanatta a soli 39 anni, con tante bocche da sfamare. Per Rino (1903-1945) era la compagna di vita ideale, tanto amata da farle generare nove figli: Primo, Secondo, Gaetano, Dino, Bruno, Gildo, Antonia, Mario e Giovanni. I nonni si chiamavano Gaetano (1870) e Filomena. Le loro origini sono radicate a Porcellengo. Sì perché nella più piccola frazione di Paese, un po' per introversione e in parte per naturale isolamento, ci si sposava quasi sempre fra compaesani. A Porcellengo ci si conosceva tutti ed ognuno aveva il suo nomignolo: "Fazi" erano i Cason, "Smaniòti" i Favotto, "Bii" i Billio, "Momi" i Visentin... Rino Zanatta era stradino comunale, manutentore delle bianche strade. Inaffiava le piante, tappava le buche con il ghiaino, rifilava con la falce e il vanghetto il ciglio della strada, togliendo le erbacce che la invadevano. Aveva un carattere mite ed allegro, lo si sentiva spesso cantare. Morì a soli 42 anni. In seguito altri della famiglia, per generazioni, hanno ricalcato le sue orme in comuni diversi, tanto che "stradini" divenne il soprannome della famiglia. Allora era una vera fortuna essere impiegati comunali, soprattutto un reddito sicuro. Ma tre campi e tre mucche non bastavano a sfamare una famiglia che negli anni "50 raggiungeva le trenta unità, di cui una ventina di bambini. Polenta e latte, fagioli e patate erano il cibo quotidiano. Le donne anziane mangiavano sedute sulla scala perché non c’erano abbastanza sedie; si dormiva nel granaio senza finestre, le stanze erano divise da muri di "grisòle" (graticcio); stando a letto si poteva ammirare le stelle. Racconta Gildo (Denis per gli amici), che si trovava comunque il lato bello delle cose e ci si scherzava sù anche nelle situazioni più difficili. Per guadagnare qualche soldo si allevavano conigli e colombi, senza lesinare aiuto al parroco che abitava di fronte quando aveva bisogno di qualche servizio. I trasferimenti avvenivano quasi esclusivamente in bicicletta, comprese le gite. Un giorno Primo volle portare nonna Filomena a Venezia. Ivi giunti la donna gli chiese: "Gaetano è lontano da qui?". Si trattava del nipote emigrato in Canada, che in precedenza era stato volontario in Somalia; con i soldi guadagnati si era acquistato la prima bicicletta. Dopo il trasferimento nella casa comunale, già Villa Gobbato, in Via Marconi a Paese (attuale sede della Pro Loco), uno dietro l'altro, divenuti adulti, i figli di Angela e Rino presero la via dell'emigrazione: America, Francia, Belgio. Qualcuno trovò lavoro presso il pastificio Vettorello & C. di Porcellengo, che occupava una ventina di maestranze, chiuso poi per incendio nel 1969 (cfr. famiglia Borsato). Una famiglia di grandi lavoratori, provata anche da non poche improvvisi decessi. Attualmente, a presidiare la vecchia casa di Via Baracca, è rimasto l'ottantenne Decimo, unico sopravvissuto degli otto figli di Gaetano e Filomena. I suoi fratelli, Maria, Giovanna, Adele, Giovanni, Silvio, Sandra e Rino sono ormai nei suoi ricordi e nelle sue preghiere. Dei figli di Rino, oltre a Gildo e a Giovanni, che abitano a Paese, è rimasta Antonia, sposata a Monigo, e Bruno, che si è fatto una famiglia in Canada. Gildo abita in Via Isonzo con la moglie Edda Berlese detta Bruna e il figlio Valentino. E' grazie a lui se abbiamo potuto raccogliere queste memorie. Storielle di un piccolo mondo che pare tanto più lontano del dato anagrafico. Un mondo di gente povera, ma dal grande cuore: il micelio che ha generato il progresso di oggi.

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