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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Bettio ("Çerlìni")

bettioI Bettio abitavano fin dalla metà dell’Ottocento nell’antico borgo di Sovernigo, in Via Montello, dove erano giunti provenendo da Boiago di Quinto. Lavoravano alcuni terreni dei Quaglia, signorotti che risiedevano in una prestigiosa residenza nei pressi dell’Eden a Treviso. Bettio, il significato di questo cognome non è facilmente intuibile. Certa è invece la germogliatura veneta. Prova ne è il fatto che tuttora la gran parte delle famiglie risiede in Veneto. Curioso appare il soprannome “Çerlìn” che potrebbe avere anche origini galliche, vista l’occupazione francese della fine del Settecento. Vito Bettio (1898-1977), era il secondo dei figli di Valentino (1864) e Veneranda Veneran, chiamati i “Çerlìni davanti” per distinguerli dai “Çerlìni da drìo”. Faceva il lattaio in Sovernigo e per tanti ragazzi di Sovernigo era un mito perché possedeva una personalità versatile e intraprendente. Aveva un carattere trasparente e passionale, grande lavoratore come grande e generoso era il suo cuore. Era soprattutto un padre responsabile, che dava tutto se stesso per la famiglia, per questo già alle cinque del mattino era in strada con il suo carrettino appeso alla bicicletta e i bidoni del latte che andava a vendere alle solite famiglie di Treviso, dopo averlo raccolto nelle fattorie locali. Era questo il lavoro che svolgeva tutto l’anno, anche quando il freddo era pungente... La terra che Vito lavorava si trovava in località “Troiàn”, attuale Via Cal dei Mulini. Inizialmente, prima delle spartizioni con i fratelli Ferdinando (“Nano”) ed Emilio, era molta di più, ma poi ognuno ne prese in carico una parte autonomamente. In precedenza, quando la famiglia era ancora un unico nucleo, parón de casa (capofamiglia) era Nano, marito di Elisabetta Martignago da Musano e padre di quattro figli: Marco, Valeria, Gino e Giuliano, i primi due deceduti in tenera età. Era lui che curava gli affari di famiglia amministrandola come una piccola impresa. Era lui che con il fratello Emilio si occupava di onorare le pendenze con i Quaglia. Combattendo nella Grande Guerra, Vito fu ferito e catturato dai tedeschi. In seguito fu insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto. Vito e Cesira Favotto (1903-96) da Castagnole furono marito e moglie nel 1926, diventando poi genitori di dieci figli, tra i quali Abramo, il quale è ora residente in Canada, dov’era emigrato nel lontano 1954, imbarcandosi nella motonave “Saturnia”. Approdato ad Halifax aveva raggiunto Montreal e poi Toronto per aggregarsi ai cugini Guido e Abramo, figli di Luigi, “Serlìni da drìo”. Non aveva nemmeno i soldi per pagarsi il pullman, tanto che per raggiungere i parenti s’era fatto prestare otto dollari dall’amico Elio di Porcellengo. A Toronto trovò ospitalità in casa dei compaesani Arturo Nasato e Amabile Condotta (“Ciaci”). Abramo può essere additato come emblema dell’evoluzione dei trevigiani all’estero. Uno fra quelli che dal nulla hanno saputo farsi onore trasformando un deserto di povertà in lussureggiante paradiso economico. Aveva iniziato come muratore alle dipendenze di diverse ditte, alle quali si proponeva ogniqualvolta voleva migliorare la sua condizione. Già due anni dopo il suo arrivo fu raggiunto dalla fidanzata Bruna Tognon, e si sposarono in una chiesa di Toronto. Nel 1957, in società con l’amico compaesano Andrea Pozzebon, pure originario di Sovernigo, avviò la prima compagnia di costruzioni edili, la A.&A. Brieklayr Ltd, ma tre anni dopo a causa della crisi che investì il settore, i due ritornarono a fare i dipendenti. Abramo tuttavia non era di quelli che si arrendono facilmente perché ormai il pallino imprenditoriale l’aveva contagiato come un virus informatico. Ci furono altre acquisizioni e sorsero altre società, fino al 1996 quando, constatato il disinteresse dei tre figli laureati, chiuse definitivamente la compagnia, ripiegando in attività commerciali e finanziarie. Abramo è titolare della “Metric Masonry amalgamated ltd” e della “BI Betmo Investments ltd”, ditte che operano nel campo degli investimenti edilizi, soprattutto industriali. Non meno importante è stato il suo impegno nel sociale. Nel 1974, con l’amico Pietro Brusatin avviava a Toronto l’Associazione Trevigiani nel Mondo, compagine che associa attualmente oltre un migliaio di famiglie. Fu poi uno dei fondatori della Veneto Center Club, su un vasto terreno donato dal Governo Canadese, dove è sorto un centro sociale e sportivo, ritrovo per festevoli giornate in compagnia

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