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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Boffo (“Boi”)

boffoLuglio 1918, ultimi sussulti della Grande Guerra. La popolazione di Paese (Treviso) contava tremila abitanti, settemila in tutto il comune, ma decine di giovani non erano più tra le loro famiglie, prestati alla guerra che, poco lontano, al Piave e al Montello, consumava la sua tragedia. Sul cortile della casa colonica dei Pietrobon (“Pieroboni”), ma la proprietà era dell’Ente Ospedaliero di Treviso, le famiglie di Via Roma s'erano scavate un rifugio sotterraneo nella nuda terra, con due ingressi. Le strutture portanti erano in tronchi d'albero di rovere, olmo e acacia, tagliati lungo l'attuale strada del cimitero. Sopra era collocato un vistoso pagliaio. In un'incursione aerea notturna, l'esplosione di una bomba ostruì una delle uscite. Poteva essere una strage, ma fortunatamente rimasero tutti illesi. Le schegge dell'ordigno avevavo letteralmente crivellato la facciata della casa, ma non il quadro del Sacro Cuore appeso sotto il porticato: un segnale di speranza per chi aveva fede, ed allora ce n’era davvero tanta. Durante le incursioni aeree c'era chi si rifugiava nel campanile, anche di notte, ritenendolo più sicuro della propria casa. In quest’ambiente, urbano e campagnolo insieme, in un assolato giorno d'estate, sollevando un gran polverone, arrivò un battaglione d’inglesi, che piantò la sua tendopoli sui campi fra le attuali Via della Resistenza e Via Olimpia, ora tutta zona residenziale. Non era il primo arrivo di questo tipo poiché Paese si trovava in seconda linea rispetto al teatro bellico, tanto che Villa Algarotti-Quaglia, la Casa del Popolo parrocchiale, l'ambulatorio medico e Villa Pellegini erano adibiti ad ospedali da campo. Ogni giorno era un continuo andirivieni d’autoambulanze che trasportavano morti e feriti provenienti dal Montello. Questo nuovo arrivo di truppe, aggiunse ulteriore apprensione fra la gente del posto. Solo i ragazzi ne erano felici, perché non si rendevano conto che si trattava di un atto di guerra. Per loro quell’avvenimento era un diversivo, quasi una festa venuta improvvisamente a stemperare la monotonia della quotidianità. Il porticato della casa rurale dei “Bòi”, divenne subito luogo di ritrovo per le truppe. Sull'aia, dov'era allestita un'autofficina, erano parcheggiati numerosi automezzi militari, tra cui venticinque autoambulanze. Sul cortile dei Rossetto, di ambulanze se ne potevano contare una cinquantina. Sul prato dietro la casa era accampata l'artiglieria con i muli. Per le famiglie vicine, un'autentica fortuna: "Cibo assicurato...", così iniziava la testimonianza di Geremia Boffo, che all’epoca aveva appena sei anni. Una sera entrò in casa un gruppo di scozzesi, con i caratteristici kilt (gonnellini), chiedendo delle uova e una gallina. La madre, Giovanna, mentre tirava il collo al ruspante mandò il piccolo Geremia a prendere il cesto con le uova. Gli scozzesi, riconoscenti, ricambiarono con tanta marmellata da bastare per i successivi due anni e con una saporita forma di formaggio. Sembravano giorni tranquilli, tanto che Geremia divenne la mascotte dei soldati. Se lo portavano in giro sui loro automezzi anche per intere giornate, mentre la mamma era in continua apprensione. Ma a stravolgere quella che per i più giovani sembrava un’allegra sagra paesana, piombò di notte un aeroplano austriaco a sganciare otto grosse bombe, sconquassando il campo inglese e provocando un'autentica ecatombe. Passata la tempesta di fuoco, in cesti di vimini, si raccoglievano, fra i crateri provocati dagli ordigni, i brandelli dei corpi umani disintegrati dalle bombe. Indescrivibili le urla dei feriti ricoverati negli improvvisati ospedali, che penetravano come pugnalate nell'animo dei sopravvissuti. Si contò una settantina di cadaveri. Chissà quante madri e spose avranno cercato di capire il perché del sacrificio dei loro uomini, andati a combattere lontano di casa, per la libertà di una nazione che non era la loro, lasciandoci la vita proprio sul finire della guerra. Intanto, per tutti quei morti, il camposanto attorno alla chiesa parrocchiale di Paese, divenne insufficiente. Alcuni furono tumulati in quello d’Istrana, ad altri si decise di dare sepoltura in un terreno al quale si accedeva per una stradina campestre di fronte alla casa Boffo. L’appezzamento di seimila metri quadrati era stato ceduto al Comune dalla Parrocchia nel 1914, per 3.900 lire. Ancor prima dell’inaugurazione ufficiale, quindi, fu “inaugurato”, così almeno si dice, da quei soldati inglesi ai quali Paese deve tanta riconoscenza. Originaria di Feltre, la famiglia Boffo giunse a Paese presumibilmente agli albori del XIX secolo, andando ad insediarsi a Sovernigo, in Via Trieste. Nel marzo 1912, anno in cui nasceva Geremia, faceva il suo ingresso a Paese don Attilio Andreatti (1874-1954), nato a San Zenone degli Ezzelini (cfr. la famiglia Fantin). Era anche l’anno dell’affondamento del transatlantico “Titanic”, ma anche quello che vide molti reduci tornare dalla conflagrazione coloniale italo-turca, meglio conosciuta come guerra di Libia. Conflitto dichiarato dal governo Giolitti con l’appoggio di liberali, cattolici e nazionalisti, favorevoli alla conquista della Libia per considerazioni di politica interna ed internazionale, nonché per motivi di prestigio e, soprattutto, per interessi economici. I combattenti erano perciò accolti con tutti gli onori dalle popolazioni e dalle autorità. Una gran festa si svolse a Paese nel Maggio 1912, riportata in un servizio dal settimanale diocesano. Da questa cronistoria è facilmente intuibile anche il clima politico che si respirava soprattutto attorno ai cattolici. “Entusiastiche e schiettamente patriottiche furono le onoranze che il nostro Municipio volle dare domenica scorsa ai reduci dalla Libia: Bosco Giovanni e Bellio Pietro di Paese, dell’11° Bersaglieri, Ravazzolo Mario di Padernello, Durigon Costante di Castagnole e Mussato Giovanni di Monigo. L’incontro al Caffè Pedrocchi fu un vero trionfo: precedeva la banda cittadina di Treviso, il vessillo nazionale e i due vessilli dei Circoli giovanili di Paese e Padernello. All’entrata in paese, all’ingresso in Municipio il suono della banda si confondeva cogli evviva della folla, con i pianti di gioia e con i prolungati battimano; commovente l’abbraccio del Sindaco coi reduci, che tosto furono introdotti nell’aula del Consiglio alla presenza delle altre autorità e del Rev.mo Arciprete. Primo a parlare fu l’egregio sig. Sindaco cav. Angelo Quaglia, che rivolse agli eroi d’Africa il saluto e la congratulazione del Comune, fregiando il petto dei cinque baldi giovani di una medaglia al valor militare, leggendo le adesioni alla festa di varie personalità; acclamato fu telegramma dell’on. Zaccaria Bricito. Parole di fuoco, ispirate ad amore di patria e di religione rivolsero pure ai nostri eroi l’egregio Segretario comunale, il cav. maestro Lucatello e il Rev.mo Arciprete, che commosse tutti sfatando la rancida calunnia degli avversari che additano i cattolici quali nemici della patria, e invitando autorità, reduci e popolo al solenne «Te Deum» in chiesa. Si ricompone il corteo, suona la banda, squillano le campane, applaude la folla e si entra così entusiasticamente nel tempio santo del Dio delle vittorie. «Salvum fac popolum tuum Domine», il Rev. Arciprete Don Attilio Andreatti si rivolge di nuovo ai reduci, al popolo tutto e con la sua solita facondia, con parola alta e vibrante scuote gli animi, commuove i cuori al grido «Dio salvi il popolo e l’esercito d’Italia, sede del Vaticano; Dio salvi il turco dalle barbarie, dalla schiavitù per mezzo della civiltà, del progresso e della vera Religione che porteranno gli italiani vincitori nelle terre della Libia!». Lieto poi riuscì il sontuoso banchetto che offrì il Comune ai festeggiati, presenti i loro cari e le autorità. Applauditissimi i brindisi del Sindaco, del cav. Lucatello e dell’Arciprete, inneggianti al valore dei prodi soldati, alla grandezza e prosperità della nazione e alla sorte delle buone madri, che, dopo pianti e dolori, si videro ritornare incolumi i loro cari figli.”

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