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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Conte (“Conti”)

contiDi famiglie Conte n’è piena l’Italia. Ci sono tuttora anche a Castagnole di Paese (Treviso-Italy), residenti almeno dall’inizio del Settecento: “Adi 29 Febraro 1708. Zuane figlio di Polonio Conte ed d’Anzola sua consorte morse di giorni 15 in circa e fù sepolto in questo Cemiterio da me sopraddetto Cappellano. A metà del XVIII secolo c’era Osgualdo, marito di Pasqua, il cui cognome non è riportato, e probabilmente fratello di Andrea. Pure a Paese c’era un Osvaldo: “28 Aprile 1767. Osvaldo figlio del fu Domenico Conte d’anni 38 in circa, infermo da più d’un anno di una specie di pazzia, passò all’altra vita e da mandato Rev.mi actualis Rectoris fu sepolto in questo cemiterio alla presenza di me D. Gianleonardo Cimarosti Cappellano. A generare l’infermità mentale era la fame. I marinai che compivano lunghi viaggi soffrivano spesso di un misterioso morbo che talvolta degenerava in demenza e poi portava alla morte. Era lo scorbuto, malattia causata da carenza di vitamina C. Osvaldo e Pasqua furono i progenitori di una lunga discendenza, che ancora trova continuità in Castagnole e altrove. Abitavano tutti nell’attuale Via Nazario Sauro, laterale di Via Giovanni D’Alessi, in una casa di loro proprietà, condividendo lo sforzo quotidiano di strappare alla fertilità della terra ciò che era necessario per vivere. In quella scura dimora, Giacomo (1845) e Anna Maria Contò (“Tonda”) fecero venire al mondo otto discendenti, che fecero germogliare nuovi rami della grossa pianta. Giovanni, chiamato “Eti”, era il primogenito sposato con Lucia Garbin. Con le prime nascite, la casa dei Conte si rivelò insufficiente a contenere una popolazione che s’ingrossava a vista d’occhio. Provvidenziale arrivò quindi l’offerta della signora Adele Pellizzari, che propose ai due coniugi di diventare suoi fittavoli, nella casa colonica adiacente la villa (attualmente dei D’Alessi, in Via Tobruck), con annessi quattro ettari di terreno agricolo. Eti e Lucia si staccarono conseguentemente dal nucleo storico dei Conte per trasferirsi nella casa rurale dei Pellizzari. Dieci neonati furono i frutti visibili della loro ardente passione, quattro del XIX secolo e sei del XX. Con il passare degli anni pure questi presero moglie dando vita a una nuova generazione, perciò anche la casa dei Pellizzari si rivelò troppo piccola. Divennero così fittavoli dell’Opera Pia Ospedale S. Maria dei Battuti di Treviso, a Sovernigo, nella casa tuttora visibile come un tempo in Via Trieste e conosciuta come casa dei “Conti”. Con la casa c’erano ovviamente anche degli appezzamenti. Il primo della famiglie a metterci piede, nella primavera del 1935, fu Noè (1899-1977), con la sua sposa Gemma Mazzobel (“Botèri”), chiamata Assunta e i tre figli di cui era già padre. Lo seguì in agosto il fratello Alberto (1905-60) con il proprio nucleo familiare: la moglie Maria Callegari (“Vetorèl”) e le due figlie, Giovanna e Rita. Più tardi, a S. Martino, furono raggiunti anche da Raffaele, vedovo di Carlotta Papette da Merlengo, che gli aveva lasciato Giovanni, nato nel 1930 (pure il cognome Papette è assai raro, diffuso in soli tredici comuni italiani)… Un giorno “Eti” aveva radunò i figli, analizzando con loro la situazione congiunturale, deducendone che qualcuno doveva andarsene e descrisse un quadro di opportunità e convenienze favorevole al figlio Noè. Questi, che aveva imparato il mestiere di marangon (falegname), nel 1939 invertì il percorso ritornando a Castagnole, fittavolo della famiglia Bresolin. Tuttavia due anni più tardi (1941) lasciò anche quell’abitazione, che aveva visto venire al mondo il quarto dei suoi figli, Luigino (1940), e rientrò nella casa originaria dei Conte, in Via Nazario Sauro, che era per metà proprietà di suo padre. A Castagnole vennero al mondo le figlie Luigina (1943) e Imelda (1948). Vi rimasero una quindicina d’anni, finché papà Noè si costruì una nuova abitazione in Via Morganella, che inizialmente aveva affittato a tecnici della “Marnati & Larizza”. Nel 1958 vi aprì anche un bar con edicola e cartoleria, esercizio gestito dalla moglie e dalla figlia Luigina, chiuso nel 1972. A Sovernigo i “Conti” lavoravano circa trenta campi di terra, nelle adiacenze dell’abitazione, soprattutto in località Castretta, ma anche alle Longhère, ai Prai e da Scolo. In stalla tenevano una trentina di bestie da latte, soprattutto buoi da lavoro. Durante la seconda guerra mondiale, la S.a.m.a. annualmente ne requisiva una. Nel loro cortile, nel periodo della trebbiatura, convergevano tutte le famiglie delle vicinanze con carretti e animali. Si trebbiava per giorni e notti nel generale sollevamento di polveri; nonostante ciò era una festa perché il frumento è sempre stato il simbolo del pane. Alberto, fratello di Noè, aveva sposato la compaesana Maria Callegari (“Vetorèl”), una famiglia un tempo insediata in “Infaladèl”. A Castagnole, prima di migrare a Sovernigo, erano venute al mondo le figlie: Giovanna (1932) e Rita (1934), questa emigrata in Canada alla fine degli anni Cinquanta e ora residente a Niagara Falls. Luigina (1936) è stata la prima a venire al mondo nella casa di Sovernigo. Il fratello Giuseppe (1938-99) era marito dell’abruzzese Anna Cassian, conosciuta in Canada; tuttora in quella nazione risiedono i loro tre discendenti. Pure Olindo (1944) e Luciano (1948) hanno intrapreso la via dell’emigrazione, ma il primo ha preferito ritornare dopo alcuni anni, mentre il secondo è stabilmente radicato in Nord-America…

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