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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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D'Ambrosi (“Caldrèri”)

dambrosiNel 1933 s’inaugurava la nuova chiesa di Santa Cristina di Quinto (Treviso). Per l’occasione fu eseguita la messa del Perosi interpretata dalla Schola Cantorum della parrocchia di Paese. Straordinario direttore del coro, era lo stesso autore, il M.° Lorenzo Perosi (1872-1956), celebre compositore di musica sacra. Una delle voci del coro era di Giovanni D’Ambrosi (1887-1974), dei “Caldrèri”, che aveva un interesse innato per il canto, passione che riuscì a trasmettere poi alla sua discendenza. “Caldrèri”, così è ancora soprannominata la famiglia D’Ambrosi, forse discendente dal Trentino, dove, un tempo, un antesignano faceva il calderaio. Giovanni, sposato a Clotilde Bellio (1888-1970) dei “Berlese”, era uno dei quattro figli, maschi e femmine, di Luigi (1854-1943) e di Faustina Gabbin da Villa, contrada di Paese. Questi precursori abitavano in una dépendance della villa Pellegrini, per i quali lavoravano la terra in regime di mezzadria. In seguito, con l’ingrossarsi della famiglia, si trasferirono in una casa più capiente, in Via Piave, dietro l’osteria di “Piero dea Ida”, ora Club degli Spaghetti. Dalla loro unione vennero al mondo quattro figli: oltre a Giovanni, Pietro (1886-1968), Maria e Leonilde (1890-1978). Così, mentre Maria si accasava a Giovanni Severin e Lonilde a Giovanni Vendramin, i figli maschi formarono due nuclei sotto lo stesso tetto, condividendo inizialmente anche il focolare. Leonilde “Caldrèra”, nella casa paterna teneva un negozietto di frutta e verdura, poi anche di mercerie. Attività che in seguito trasferì poco lontano, quando con la sua famiglia si spostò nella casa di Perotto, in Via Roma. Oltre a mercerie e a ferri per sferruzzare, vendeva zoccoli di legno fatti a mano e galòsse (calzature in legno con tomaia di cuoio), sotto la cui suola erano piantate delle brocche perché non si consumassero. Con queste calzature d’inverno si pattinava sul ghiaccio dei fossati: era un vero divertimento. Felice, nel 1942-43, arruolato nell’Aeronautica Militare, aveva partecipato alla guerra di Libia. Rimasto circondato dagli inglesi, riuscì a rompere le linee e a mettersi in salvo, mentre i suoi compagni erano fatti prigionieri. Vincenzo e Gina, rievocando la loro giovinezza, parlano di una vita avara economicamente, ma serena. Tutto contribuiva a quest’armonia: la famiglia, la gente, l’ambiente, la mancanza d’inquinamento e di rumori assordanti, soprattutto la solidarietà. I “Caldrèri” all’occorrenza potevano contare sull’aiuto di Giovanni Severin, marito di Maria, che prestava due mucche per arare. Favore poi ricambiato. Lo scambio di manodopera tra famiglie avveniva soprattutto al momento della trebbiatura ed era ripagato con il pranzo e qualche bicchier di vino. Ci si aiutava in tutto tra famiglie, nel lavoro, nell’indigenza, nell’educazione dei figli, con senso di responsabilità. C’era soprattutto un senso di moralità che era patrimonio di tutti. A sera, soprattutto nel mese di maggio e in quello di ottobre, si “cantava” il Rosario. Con tanta devozione si rispondeva alle invocazioni intonate dal capo famiglia. Si stava inginocchiati per terra, con i gomiti sul sedile impagliato della sedia, oppure con un ginocchio sul sedile e le braccia sopra lo schienale. E tutti sgranavano la corona avuta in regalo il giorno della Prima Comunione o in un’altra ricorrenza. La campagna, concimata unicamente con il letame, era l’ambiente naturale di numerose specie d’uccelli: passeri, merli, cinciallegre, allodole, capinere, “finchi” (fringuelli), cardellini, rondini, “betìni” (pettirossi), quaglie, pernici, civette, ecc., che scorazzavano e nidificavano indisturbate in un ecosistema equilibrato, in compagnia di fagiani, lepri e roditori di varie specie. I campi erano delimitati da filari di gelsi e di viti Baccò, Clinto e Clinton: uve poco pregiate, ma tanto saporite. C’erano ancora le siepi a delimitare le proprietà, sotto alle quali si riposavano i lavoratori della terra. “Opi” (aceri campestri), “talponi” (pioppi bianchi), frassini, farnie, olmi, ontani, nespoli, biancospini, “stropacui” (rose canine), salici bianchi, "sanguinelli", “saresère” (ciliegi selvatici), “bisoère”, piante che crescevano spontanee, chi le ha più viste? Erano il patrimonio naturale della campagna trevigiana, risalente al bosco planiziale. Il cosiddetto progresso e, soprattutto, un crescente egoismo, hanno depauperato il patrimonio genetico campestre che resisteva da epoche primordiali. Nostalgiche considerazioni, queste, stimolate dai racconti dei coniugi D’Ambrosi, che rievocano tempi andati. Come quando si andava a erba con il sacco lungo i fossi e i cavìni, tornando con il “fiocco”, in altre parole con l’erba che usciva dall’imboccatura. Varie altre attività ed usanze sono ormai scomparse, ad esempio la spigolatura - raccolta di spighe conseguente al taglio effettuato con la falce e il falcetto (“falçìn” e “messóra”). Il raccolto di granoturco, invece, riguardava la stagione autunnale: tutti a “descapàr panòce” (spannocchiare), con un occhio al cielo attraversato dagli ultimi temporali. Dicevano gli anziani: “Se ottobre tuona, l’invernata sarà buona!”. D’inverno, l’ambiente più frequentato era senza dubbio la stalla, che aveva i finestrini sigillati con la grassa. Qui le donne rammendavano o applicavano suoline di panno alla pianta dei calzini perché non si consumassero. Per convincere i bambini ad andare a letto bastava intimorirli assicurando che altrimenti sarebbe loro cresciuta precocemente una lunga barba. Gli uomini intanto costruivano sedie impagliate ed altri attrezzi agricoli, quali rastrelli, scope di saggina, “crìvole”, “vandùje”, o sostituivano il manico a qualche forca o zappa. Vincenzo D’Ambrosi, pensionato dedito al volontariato e grande appassionato di bocce oltre che di canto, è stato a lungo membro del coro “Voci del Sile”. Quand’era in attività faceva l’autista, trasportatore di ghiaia e manufatti in cemento per i consorzi di bonifica. Nel 1984 fu protagonista di un fatto, che avrebbe potuto concludersi tragicamente. Si trovava infatti a Fagarè mentre, con le ruspe, si allargava un canale d’irrigazione, travasando il materiale di riporto sul camion da lui condotto. All’improvviso una violenta deflagrazione squassò l’automezzo: con la terra era stato raccolto un residuato bellico. Mentre Vincenzo e gli altri compagni di lavoro, pur sotto shock, rimanevano illesi, il camion fu crivellato dalle schegge. Il fosso fu poi bonificato dagli artificieri, che, di bombe, ne ripescarono un gran mucchio. In tempi recenti, parte della vecchia casa dei “Caldrèri” è stata ceduta ad un nuovo proprietario che l’ha opportunamente rinnovata. In un’altra porzione del fabbricato risiede ancora Faustina D’Ambrosi, figlia di Pietro “Caldrèr”, fu Luigi.

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