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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Mattarollo (“Mataròi”)

mattarollomataUna discendenza di intraprendenti e di emigranti, quella dei “Mataroi” di Paese-Treviso (Italy), che ha saputo cogliere le trasformazioni delle varie epoche per elevare la propria condizione. Da questa famiglia di “artisti”, cioè artigiani, si sono sviluppati autentici talenti. Un esempio è stato Luigi Mattarollo, figlio di Giuseppe (1830) dei “Mataròi Grandi”, che faceva il fabbro, ma che sapeva anche riparare macchine da cucire, orologi da taschino, trebbiatrici, macchinari vari e perfino costruire meridiane. Possedeva il pallino per la matematica e l’astronomia, intendendosene pure di musica, suonava infatti l’organo e il pianoforte. Dava del filo da torcere a professionisti e laureati pur essendo un autodidatta. Questa sua versatilità è riscontrabile anche in altri personaggi della famiglia, evidentemente è parte del loro dna. Ne è la prova l’atto di matrimonio di Giovanni Maria (1799), figlio di Basilio (1770-1854) e di Maria D’Alessi, che il 18 febbraio 1819 si sposava con Orsola De Lazzari (1798), venendo qualificato come falegname. Testimoni dei due sposi furono Pietro Gobbato e Antonio Bisoni. Dalla primordiale famiglia contadina, con l’avvento della società tenocratica, ben presto si svilupparono le attività di falegnameria, meccanica, edilizia. Mestieri che in parte resistono tuttora a distanza di oltre due secoli. I Mattarollo abitavano lungo l’attuale Via Senatore Pellegrini, su tre edifici distinti, interconnessi da cancelletti di accesso. Figlio di Basilio e Maria D’Alessi era anche Antonio (1798-1847), battezzato con il nome del nonno Giannantonio, il capostipite coniugato a Maria Biscaro. Antonio si era sposato in prime nozze con Candida Faggian, che probabilmente morì mettendo al mondo Giovanni Battista (1819), colui che sposatosi con Maria Luigia Cavasin (1820) diede origine al ramo dei “Beji”. Risposatosi con Anna Bernardi, Antonio già nel 1821 era padre di Luigi Martino, deceduto di pochi giorni, al quale seguirono altri dodici fratellini: Luigi (1923); Andrea (1825-25); Domenica (1826); Martina (1827); Candido Aniceto Andrea (1829), divenuto marito di Maria Barbisan (1832), dei “Bini”; Giuseppe (1830); Maria Fortunata (1832); Antonio Martino (1833), che si congiunse con Eugenia Barbisan (1844) dei “Bini”, e la sua gemella Antonia Martina (1833); terzultimo era Martino Andrea (1835), che mise sù famiglia con la compaesana Teresa Pinarello (1839); era poi venuto al mondo Costante (1837), seguito da Fiorino (1838-41)… Martino e Teresa Pinarello furono genitori di quattro figli, che sarebbero stati cinque se la diffusa mortalità infantile non si fosse presa la sua provvigione. Primogenito era Fiorenzo Vittorio (1868), emigrato in Argentina; era poi nato Mosè Angelo (1872-72), morto di pochi giorni, seguito l’anno dopo da Mosè Virginio (1873), che si unì a Giuseppina Volpato (1876) da Camalò; quarto a venire al mondo fu Don Giovanni (1876-1957), che resse la parrocchia di Cusignana per mezzo secolo, in tempi assai difficili; il più giovane era Luigi (1879-1961), coniugato con la compaesana Luigia Favaro (“Castadóni, 1880-1961). In seguito alla Grande Crisi di fine Ottocento, Fiorenzo era emigrato nella Pampa argentina, dove lavorava con i gauchos svolgendo la professione di veterinario. Era sposato con una spagnola, ma non ebbero la consolazione di mettere al mondo dei successori. Mosè manteneva la famiglia armeggiando nella fucina di fabbro ferraio in Via Trua dove si era trasferito. Dalla sua ingegnosa abilità uscivano cancelli e inferriate, catenacci, bartoèle (cerniere di imposte), lame per aratri, erpici, cerchioni per tini, botti e ruote, catene e s-ciòne (anelli da muro), saltarèi (nottolini) e una varietà di attrezzi agricoli, ma costruiva anche i profili per le porte di deviazione dell’acqua del canale Brentella, che erano di legno. Non da meno era il fratello Luigi che aveva eretto nelle adiacenze la falegnameria. Costruiva tetti e solai, ma soprattutto serramenti e mobilia. Pure l’attività di impresari edili si perde nel tempo. Ad Antonio Valentino (1883), detto “Tòi”, si devono le grandi opere della Parrocchia di Paese del secolo scorso e altre commissionate dal Comune e dallo Stato. Come si accennava don Giovanni fu parroco di Cusignana per oltre cinquant’anni, durante i quali si consumarono le tragedie delle due guerre mondiali. Con la Grande Guerra Cusignana venne a trovarsi proprio nel teatro bellico, ma mentre gran parte della popolazione sfollava, il sacerdote rimaneva accanto ai suoi concittadini più bisognosi, condividendo con loro gli stessi sacrifici, gli stessi timori, ma anche aiutandoli e incoraggiandoli con tanto amore. Per questa sua opera fu insignito dell’onorificenza di “Cavaliere del Regno d’Italia”. Fin da fanciullo, secondo la più genuina indole dei Mataròi, si era dedicato allo studio tanto da essere considerato studente modello. Nominato sacerdote nel 1901, venne inviato cappellano a Pederobba e a Quinto prima di essere nominato parroco di Cusignana nel 1905, parrocchia allora “tristemente famosa per discordie popolari e per le precarie condizioni spirituali”. Ma il nuovo pastore, allora giovanissimo, riuscì a catturare la simpatia e l’ammirazione della popolazione, così che l’armonia ritornò ben presto in paese come in una ideale famiglia. Si spense il 25 gennaio 1957…

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