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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Nasato (“Morèti”)

Domenico Nasato, classe 1887, era da tutti conosciuto come Pietro, capo carismatico di una famiglia patriarcale di Sovernigo: i "Moréti", che abitavano una casa colonica in Via Montello, ora disabitata, angolo con Via Olimpia. Certamente un casato che caratterizza il nucleo cosiddetto storico, ma non tanto per la longevità, quanto per la marcata stima popolare. Di Nasato a Paese ce ne sono a decine, oltre ai "Moréti" anche i "Moretèi", loro lontani parenti, e poi i "Moretoni" senza legami con gli altri, soprannominati così forse per la particolare carnagione scura e i capelli neri. Quella di Domenico e di Maria Miatello sua sposa, era una famiglia d'agricoltori, mezzadri dell'Ospedale di Treviso, che lavorava ben 32 campi di terra. Avevano sette figli che dovevano essere nove, ma a quei tempi la mortalità infantile era piuttosto elevata. Nel 1929, alla nascita del quinto figlio, i "Moreti" si spostarono verso Porcellengo (Via Trieste), nella gran dimora a due piani che precede, a sinistra, la vineria. Albino, Lino, Ruffino, Antonio, Emma, Dina, Mario, nati tra il 1923 e il 1934, aiutavano i genitori nel duro estenuante lavoro. Quella casa, intorno agli anni Trenta, arrivò ad ospitare quattro famiglie: una quarantina di persone molto unite fra di loro, regnava, infatti, una grand'armonia. Due cucine bastavano ai quattro nuclei familiari. Ben saldo nella sua responsabilità di capofamiglia rimaneva in ogni modo Pietro-Domenico. E di pensieri ne doveva avere parecchi perché, raccolto o non raccolto, annualmente doveva all'Ospedale una bella somma per l'affitto della casa e dei campi. Fortunatamente la stalla ed il porcile erano ben forniti di bestiame: sedici mucche, oltre ai vitellini e quattro maiali. Bisognava venderne qualcuno, ma anche allevare bachi da seta e consegnare il latte alla Latteria Lazzari di Porcellengo, per racimolare il denaro sufficiente ad onorare l'impegno. Anche il pollaio era ben nutrito, ma talvolta era spopolato di notte. E il vigneto dava il suo contributo di Clinto e Clinton, vini saporiti che non mancavano mai sulla tavola. Una volta la settimana, di domenica, dopo la prima messa, si tirava il collo a delle pollastrelle ruspanti e, a mezzogiorno in punto, tutti a tavola, ad assaporare un gusto genuino di cui si è persa la memoria. Ma la domenica era soprattutto il giorno del Ringraziamento: Messa e Vespero e poi tanta allegria, a ripassare i canti popolari fino a tardi. I "Moreti" godevano fama di famiglia veramente esemplare. Ma un bel giorno, fine anni "40, la serenità della famiglia è messa a dura prova. Nel silenzio della notte dei colpi secchi provengono, ad intervalli regolari, dal tetto della "òbia" (fienile e ricovero d'attrezzi). Si pensa a qualche buontempone. Ma la cosa si ripete la notte seguente e quella dopo e dopo ancora. Ormai nella casa nessuno dorme più e il timore è contagioso. Perfino le chiocce smettono di covare. Ci sono dei vani appostamenti anche con l'aiuto dei carabinieri, ma i sassi cadono dall'alto, finendo sul terreno dopo il rimbalzo sulle tegole. Si sparge la voce e accorre gente da ogni parte. Pare qualche migliaio di persone! Due coraggiosi, Angelo Severin ("Còte") e un amico salgono sul tetto avvolti nel "tabàro" fino ai capelli per proteggersi dai sassi. Che arrivano puntualmente, ma sfiorandoli soltanto: sembra proprio che piovano dal cielo, mentre i carabinieri tengono lontana la gente per esser sicuri che non si tratti di qualche scherzo. In casa Nasato si è convinti che sia il messaggio di qualche anima trapassata. Sembra, infatti, che prima della costruzione della casa, su quel terreno fossero stati sepolti dei soldati, vittime di guerra. Accorre il parroco, mons. Attilio Andreatti, con l'acqua benedetta, accompagnato dai cappellani don Vittorio Freschi e don Luigi Moretto. Tutti, in cucina, a pregare e a "cantar rosario" fino a tardi. La paura è palpabile e i presenti rispondono coralmente ad alta voce per darsi coraggio. A mezzanotte in punto s'ode un colpo più forte. Si rivelerà l'ultimo. Qualcuno malignamente giustificherà l'episodio con la "fame", un altro, emigrato a Latina, porterà un sasso ad una medium che dirà di scorgervi un volto, ma per Emma e Dina non ci sono dubbi: era qualcuno che aveva bisogno di pietà nell'aldilà.

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