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Il selvaggio del Lagorai

Copertina del Libro

“Sono un selvaggio. L’ho sempre saputo. Fin da ragazzo amavo più la compagnia della natura che quella umana. Scrutavo ogni cosa, conoscevo ogni pianta, ogni segno di vita era per me oggetto d’interesse. Mi piaceva da morire la campagna: era la mia vera casa. E intanto puntavo lo sguardo sul profilo delle montagne che esercitavano su di me un’irresistibile attrazione, ma che a quel tempo non potevo raggiungere. Molto dopo arrivò quel magico momento e da allora le montagne sono diventate parte della mia vita.”

Inizia così questo libro di memorie ed esperienze, che parla di natura, di ambiente da vivere e da rispettare perché noi ne siamo parte e la natura è un dono da conservare.
Nel suo raccontare, il libro alterna realtà e fantasia, sogni e visioni, non trascurando di descrivere dettagliatamente alcune escursioni dolomitiche e viaggi en plein-air. Ogni sagoma rocciosa, ogni anfratto, ogni fiore, ogni passo, ogni incontro fantastico (con il cervo Pascolino, il fiume Chiacchierino, l’orso Miele, la marmotta Timidina, l’albero Frondoso, Path l’ominide) ricorda a Nick il suo passato, proiettando riflessioni che tendono a migliorare il futuro e la vivibilità sul suo trascurato pianeta.

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Pavan (“Guoi”)

pavanI Pavan, soprannominati “Guoi”, giunsero a Postioma, frazione di Paese (Treviso - Italia) verso il 1820, provenendo da Merlengo di ponzano Veneto. Era il periodo dei primi moti rivoluzionari, della Carboneria. Nel Lombardo Veneto gli austriaci avevano ordinato ai parroci di leggere in chiesa un invito ai fedeli a "fare il loro dovere", quello di denunciare i carbonari. Premio un sacco di sale per chi dava informazioni, o 500 corone per la cattura di un ribelle. Questi provvedimenti portarono i primi frutti con l'arresto a Milano di Silvio Pellico e Pietro Maroncelli. Ma fu questo anche il preludio al “Risorgimento” che interessò l’ambiente cittadino con i suoi artigiani (ciabattini, tappezzieri, sarti, ecc.) e artisti (operai), ma non ancora le masse rurali. Era questa la situazione sociale nel periodo in cui i “Guoi” andarono ad insediarsi a Postioma, nella residenza padronale dei Novello-De Faveri, lungo la Cal Trevisana, ora Via Enrico Fermi (S.R. Feltrina). I capostipiti erano i fratelli Valentino (1800 ca.) e Francesco (1813). Francesco e Angela Durante (1912) erano genitori di Ferdinando (1845-83), di Giovanni (1846-1918) e di Valentino (1851-1917). Erano sposati rispettivamente con Luigia Callegari (1833-1912); Angela Callegari (1848-1933) e Luigia Francescato (1851-1943). Questi tre consanguinei furono precursori di una nutrita discendenza. Ferdinando era padre di Angelo (1866-1945) e di Giuseppe (1870-1946). Giovanni aveva generato Sante (1872-1938), che si unì alla compaesana Candida Visentin (1876-1942); Luigi (1874-1960), coniugato a Domenica Zulian; e Giacomo (1893-1941), coniugato con Marianna Paccagnan (1897-1975). Da Valentino era derivato Giuseppe, sposato a Maria Benetti, dalla quale ebbe una prole di sei discendenti tra cui Valentino (1846-1918), sposato a Luigia Francescano (1851-1943), genitori di Margherita (1884-1976), che si accasò con Amedeo Colusso da Alessandria, e Giulio (1894-1974), che si unì a Vittoria Favotto (1896-1942), dalla quale ebbe una discendenza di sette consanguinei, fra i quali un altro Valentino (1927). Era la tipica famiglia patriarcale che si difendeva grazie all’unione di tante braccia, condividendo i frutti della terra, in sostanza ciò che le restava dopo aver consegnato ai padroni la sostanziosa spettanza. La campagna che i Pavan avevano in carico era di oltre diciotto ettari, distribuita in varie località: a “Montanera” di Postioma, verso Musano; a “Conferei”; ai “Quattro Cantoni”, tra Camalò e Santandrà e tra Merlengo e Paese; quindi ai “Comuni” e a Belvedere verso Volpago. Terreni che seppero far ben fruttare tanto da concretare l’aspirazione di diventarne proprietari; una condizione privilegiata per quei tempi, caratterizzati dal lavoro bracciantile o a mezzadria per conto di signorotti e borghesi. Fu per i “Guoi” il coronamento, anche se involontario, delle idee mazziniane rivendicate con i moti del 1848, anche se il mondo contadino continuava ad essere il grande escluso. Nel 1918, in seguito alla morte di Giovanni, i tre figli (Sante, Luigi e Giacomo) si spartirono il capitale. Ad ognuno toccò una dozzina di campi di terra e una parte del bestiame. Ma la pur capiente residenza non poteva contenerli tutti, cosicché si trasferirono con le rispettive famiglie nelle barchesse di Villa Labia, in Via Postumia Romana, dietro la vecchia chiesa di Postioma, lasciando nella casa padronale dei Novello-De Faveri uno zio, fratello del loro padre. Sante e Candida Venturin furono genitori di sette discendenti: Giorgio (1901-68), che sposatosi con la vicina di casa Angela Bertuola (1902-1927), rimase vedovo per morte della giovanissima consorte mentre dava alla luce la primogenita; si risposò con Pasqua Pizzolato (1905-1990) da Merlengo, con la quale emigrò in Argentina. C’era poi Erminio (1903-47) che raggiunse il fratello in Sud America. Quindi Antonio (1911-78) che, presa in sposa Maria Mattiazzi (1912) da Postioma, si riunì ai fratelli in terra straniera nel primo dopoguerra; morì prematuramente a Buzzacco, una delle tredici municipalità di Buenos Aires, dopo essere diventato padre di Sante, Candido, Giovanni e Maria. Arrivarono anche quattro femmine: Teresa (1905-65), secondogenita, che si fece religiosa salesiana; Assunta (1907-81) che rimase nubile, a far la casalinga nella famiglia di Giorgio; questi, anche per la vicinanza con la chiesa, oltre al suo lavoro campestre, svolgeva le mansioni di “nónsolo” (sacrestano); Santina (1914-82) moglie di Giuseppe Rolando da Chieri; Carolina (1916), che si fece suora francescana, assumendo il nome di Suor Santina; vive tuttora in una casa di riposo di Gemona dopo tanti anni di apostolato in Francia…

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